martedì 14 maggio 2013

Confessions - Tetsuya Nakashima


Autore: Roberto Bernocchi

L’insegnante Moriguchi, dopo aver scoperto che sua figlia è stata uccisa per un perfido esperimento da due studenti della sua classe, decide di ritirarsi non prima di aver raccontato l’accaduto ai suoi indifferenti alunni. Nel corso di una lunga confessione rivela l’identità dei due (chiamandoli semplicemente studente A e B) e denuncia apertamente la sua vendetta nei loro confronti, da lei contagiati volontariamente attraverso sangue infetto del virus dell’aids. L’effetto sarà distruttivo per la vita dei responsabili e per l’equilibrio già precario della classe, che sarà complice di omertà e di vendetta.

Non dimenticandosi mai che si tratta di un thriller dagli accenti horror, non credo di esagerare dicendo che questo film rappresenta in piccolo capolavoro di genere. Visivamente straordinario, il film di Nakashima evidenzia una cura maniacale per ogni singola inquadratura, regalando scenari e prospettive ricche di suggestione. Mentre la fotografia desaturata accompagna la tragica vicenda, il racconto si sviluppa rivelando minuto dopo minuto risvolti inquietanti, macabri e violenti. Non è tanto la violenza fisica, che certamente è piuttosto esplicita, in linea con la tradizione del cinema di genere giapponese, quanto quella mentale, che guida le esistenze di molti protagonisti. Il lucido progetto di vendetta dell’insegnante Moriguchi non è meno folle dello spietato intento dello Studente A figlio del dolore e padre di deliranti azioni autocelebrative, o della pazzia autodistruttiva dello Studente B, assassino di sé e di altri. Una trama che prende corpo lentamente, seguendo il ritmo delle confessioni, che ogni protagonista rivela, aggiungendo particolari a questa macabra storia che parla di morte, vendetta ma anche di solitudine.

La prima confessione di Moriguchi avviene in classe. Mentre l’insegnante, con glaciale lucidità, racconta la perdita di sua figlia, le difficoltà di donna, di moglie, di madre, il branco degli studenti continua a scherzare, vociare, a costituire un allucinante sottofondo di indifferenza, demolendo non solo il ruolo dell’educatore ma anche l’umana compassione.

Una storia inquietante che affonda le radici nella realtà, quella di una gioventù giapponese disturbata, vuota, insensibile alle tradizioni e ripiegata nella morbosa adulazione di giovani popstar a consumo. Una trama orrorifica che non pare però tanto assurda, se si pensa alle perverse azioni suicide omicide di diversi studenti americani, che sono impresse nella nostra memoria. Per la cronaca, al Signor Armani, comodamente seduto al cinema poco in là da me, questo elegante film “per stomaci forti” non è piaciuto.

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