martedì 12 marzo 2013

La magia e la fatica del teatro secondo Franco Branciaroli


Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di 4rum.it e FULL Magazine

Nel fine settimana scorso il Teatro del Giglio ha proposto al proprio pubblico Servo di Scena del drammaturgo inglese Ronald Harwood, che vede impegnato Franco Branciaroli nella doppia veste di attore e regista: uno spettacolo raffinato, di forte impatto, sicuramente apprezzabile da un pubblico diffuso, ma particolarmente godibile da parte degli “addetti ai lavori”.

Un’appassionata riflessione sul teatro (con gioie e dolori), attraverso il racconto del declino artistico del mattatore Sir, ormai stanco e provato, instancabilmente incoraggiato dal suo assistente Norman, servo di scena simbolo della dedizione e delle fatiche che si celano dietro a questa grande arte. La prassi richiede che “lo spettacolo debba andare avanti”, ed ecco quindi la compagnia tutta sudare quattro camice per portare in fondo l’ennesima recita di Re Lear, non senza rocamboleschi espedienti. Nei due ruoli principali, il grande Branciaroli, nei panni di un Sir appesantito, scoraggiato, solo l’ombra dei suoi grandi fasti scenici (ripercorsi a tratti con ampi gesti e voce stentorea) e il giovane Tommaso Cardarelli, ammirevole nel fluido eloquio e nel nevrotico muoversi, vera cartina al tornasole di tutta la messinscena. È lui, infatti, a conferire il vero ritmo all’azione, tanto alla “nostra” di Servo di Scena, tanto a quella, finzione nella finzione, del dramma shakespeariano. 


Questa matrioska scenica è splendidamente resa dalla soluzione di Margherita Palli, attraverso una sorta di scatola magica, che racchiude diversi livelli fisici e concettuali grazie a due piani opportunamente illuminati a seconda dello svolgimento dell’azione. Nella zona inferiore, l’ampio camerino di Sir con tutti i confort del caso: un divano, un appendiabiti, la toilette (davanti alla quale si consuma l’ammaliante, accuratissimo rituale del trucco che trasforma e deforma), un lavabo, una zona bagno; sul fondo, una parete diroccata svela la prospettiva sulle porte degli altri camerini, creando un frenetico vai e vieni di personaggi. Nella zona superiore, invece, vediamo il palco dalla parte del dietro le quinte, ritrovandoci così frontali rispetto alle poltroncine degli spettatori: questa singolare visione ci consente di vivere insieme agli attori l’esilarante momento della tempesta di Re Lear, in cui tutti si spendono con mille energie per azionare i marchingegni atti a fingere tuoni, lampi, pioggia come da copione. Grazie a un successivo ribaltamento delle scene di Lear e a un gioco di luci (firmate da Gigi Saccomandi), che andrà a spegnere la “finta platea”, la visione viene capovolta: noi spettatori, di fronte a Branciaroli e compagni, siamo in realtà gli stessi che applaudiranno Sir e i suoi, andando quindi a unire ciò che prima era distinto. 


Forse perché, alla fine, ciò che muove (o più propriamente, dovrebbe muovere) il teatro a tutt’oggi è esattamente ciò che lo muoveva allora: impegno, dedizione, spirito di sacrificio, sia da parte degli attori sia da quella del loro pubblico, che, nello stesso momento in cui decide di assistere (anzi, partecipare) a una messa in scena, decide altresì di porre per vero ciò a cui si troverà di fronte.


Recensione relativa alla replica di venerdì 8 marzo 2013


Teatro del Giglio
Venerdì 8 e sabato 9 marzo ore 21
Domenica 10 marzo ore 16.30

Servo di scena
di Ronald Harwood 

traduzione Masolino D’Amico 
con Franco Branciaroli, Tommaso Cardarelli
e con (in ordine alfabetico) Lisa Galantini, Melania Giglio, Daniele Griggio, Giorgio Lanza, Valentina Violo
regia Franco Branciaroli








Le immagini presenti in questa recensione sono tratte dal sito del Teatro Stabile di Brescia
www.ctbteatrostabile.it

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