martedì 8 gennaio 2013

The master - Paul Thomas Anderson


Autore: Roberto Bernocchi

Freddy Quell (Phoenix) è un marinaio, reduce della seconda guerra mondiale. Come tutti i reduci, porta con sé i traumi del conflitto anche se la sua vita è già segnata da una famiglia complicata e da una madre in manicomio. Il suo tentativo di reinserimento sociale procede con difficoltà, fino a quando incontra Lancaster Dodd (Seymour Hoffman), scrittore, medico, fisico nucleare ma soprattutto ideatore di un metodo per ritrovare serenità ed equilibrio, metodo che in breve tempo prenderà la forma di una rigida disciplina parareligiosa. Ma per Freddy la via alla stabilità, nonostante le manipolazioni del guru americano e la forte dipendenza che lo lega a lui, non sembra essere così semplice.

Il film è un’evidente riferimento all’esperienza di Scientology e del suo fondatore Ron Hubbart, che nel 1950 pubblica un volume “Dianetics” che sarà poi la prima base del movimento filosofico religioso a cui ha aderito per molti anni anche Tom Cruise.
Anderson non sembra concentrarsi sulla condanna del movimento, che peraltro emerge come una setta priva di sostanza e totalmente succube del suo fondatore, quanto sullo studio dell’animo umano e in particolare delle fragili psicologie dei protagonisti, due straordinari attori che meriterebbero un riconoscimento pubblico.

La macchina da presa li segue da vicino, minuto dopo minuto, accanita sui loro volti, a raccogliere pensieri, ricordi ed emozioni. Anderson ci mostra quasi senza sosta tutte le fasi del loro rapporto (l’incontro, lo studio reciproco, la conoscenza, la stima, la dipendenza, la delusione, l’allontanamento), un rapporto intimo, spoglio, profondo e al tempo stesso malato.
Un film a tratti claustrofobico, fatto di lunghe scene che assaporiamo con lentezza, e che rimangono impresse nella memoria per profondità e sensibilità.

E nella storia del film c’è la storia umana molto umana della dipendenza. Da un lato Lancaster Dodd, leader autoritario, poco incline al dialogo, suadente, esplosivo, venerabile, irascibile, creativo. Dall’altro c’è Freddy, l’ultimo dei suoi discepoli, il più debole, il reietto, malato, sessuomane, violento, storpio.
Con il “procedimento informale”, il metodo da lui inventato, Dodd tesse la tela della dipendenza, scavando nelle solitudini del protagonista. Il discepolo si sente a casa, conosce l’affetto, allevia il dolore, sogna più in grande e affida così la sua fragile e libera esistenza ad un altro. E quando ogni discepolo trova casa, la libertà diviene un miraggio, mentre il Maestro si fa profeta e proprietario della vita degli altri.

Un grande stimolo di riflessione, per l’analisi della leadership ai nostri giorni e degli strani percorsi che la solitudine ci porta a inseguire. 

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