martedì 11 dicembre 2012

Umberto Orsini in scena a Pietrasanta


Sarà il grande Umberto Orsini il protagonista assoluto sul palco del Teatro Comunale di Pietrasanta, impegnato nella mise en scene de La Leggenda del Grande Inquisitore, per il secondo appuntamento in programma mercoledì 12 dicembre alle 21.15 con la Stagione di Prosa 2012-2013 de I Teatri della Versilia. Nella pièce, diretta da Pietro Babina, il grande Orsini recupera un capitolo centrale del romanzo I Fratelli Karamazov, capolavoro di Fëdor Dostoevskij, un racconto allegorico affidato ad Ivàn Karamazov che lo stesso Orsini interpretò nello sceneggiato televisivo tratto dall'opera dello scrittore russo e girato nel 1969 da Sandro Bolchi.

Mentre allora l'attore interpretava il vecchio del racconto come il prodotto della fantasia del Karamazov, oggi può incarnare l'Inquisitore, inventando allo stesso tempo un Ivàn padre, molto più maturo, ma alle prese con gli stessi dubbi che tormentavano la sua gioventù.  Nello sceneggiato di Bolchi  il punto più memorabile era il pezzo comunemente noto come La leggenda del Grande Inquisitore che Ivan raccontava al fratello Alioscia nel disperato e appassionato tentativo di spiegare i dubbi che tormentavano la sua anima di miscredente. Orsini si calava in quell'episodio nei panni del Grande Inquisitore assumendone le parole senza cambiare l'aspetto fisico che era allora quello di un giovane russo appassionato ai problemi della fede. Partendo da questa memoria Orsini, affiancato da Leonardo Capuano, ripropone quello strepitoso passaggio di Dostoevskij approfittando della sua maturità per darne una lettura che tiene conto della contemporanea presenza in scena dell'ideatore della leggenda, vale a dire il giovane Ivan Karamazov, e del prodotto della sua fantasia, vale a dire il vecchio Inquisitore, entrambi interpretati dallo stesso Orsini tra memoria e finzione, tra nostalgia e sofferenza, srotolando il suo suggestivo nastro di Krapp in chiave dostoevskiana.

Per info www.laversilianafestival.it




UMBERTO ORSINI 
LA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE
da I Fratelli Karamazov
di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
con Leonardo Capuano
regia Pietro Babina



Vivo da quarant'anni col Grande Inquisitore di Dostoevskij da quando cominciai ad occuparmene in occasione di un romanzo sceneggiato che alla fine degli anni sessanta fu realizzato da Sandro Bolchi per la Rai -TV e che fu seguito da più di venti milioni di persone per otto settimane di seguito. Qualcosa di inimmaginabile oggi. La televisione aveva allora solo due canali in bianco e nero e gli spettatori dovevano prendere o lasciare. Non c'era via di scampo. 
In quel caso furono fortunati perché quel romanzo "I Fratelli Karamazov" resta uno dei più felici realizzati in quegli anni e devo dire che rivisto oggi (ne è uscita una edizione in DVD edita da Rai Trade) resiste gloriosamente nonostante che i gusti degli spettatori, coll'avvento del colore e tutte le tecnologie e i ritmi di racconto che negli anni seguenti sono stati praticati nella fiction televisiva, siano mutati. Interpretavo il fratello Ivan e per anni mi sono sentito dire da generazioni di spettatori che venivano ad incontrarmi nei camerini dei teatri in cui recitavo: "Ma quell 'Ivan Karamazov! Ma cose così perché non ne fanno più?" sentendo nella loro voce un rimpianto e soprattutto una memoria sorprendenti. 
Vi prego di scusare la citazione personale ma è una premessa necessaria per spiegare da dove parte lo spettacolo che presentiamo. Sono anni ormai che il romanzo "mai scritto " da Ivan e raccontato al fratello Alioscia e cioè "La leggenda del Grande Inquisitore" viene citato come un pezzo di letteratura tra i più corrosivi fra quanti scritti da Dostoevskij e allo spettatore informato non saranno sfuggiti i saggi scritti sull'argomento da Gustavo Zagrebelsky da Franco Cassano o da Gerardo Colombo per segnalare i più recenti. Nel romanzo televisivo quel frammento durava una cinquantina di minuti ed era risolto in modo molto intelligente da Diego Fabbri che ne aveva curato la sceneggiatura. Ivan e Alioscia si incontravano al ristorante e parlando come usualmente i giovani russi dell'ottocento facevano di problemi di fede, di libertà, di armonia, di coscienza, di filosofia o altro si infervoravano con una passione dialettica che molto probabilmente oggi è riscontrabile tra i giovani solo in rari casi e probabilmente intorno a soggetti meno impegnativi. 
In quell'ottica Ivan si esaltava raccontando di un romanzo che aveva in mente di scrivere e citava ad Alioscia dei passaggi del testo identificandosi nel suo protagonista al punto da assumerne spesso voce e toni apocalittici che poi spezzava con cambi di intonazione ammettendo che così avrebbe parlato il suo personaggio. E allora come ridare oggi in palcoscenico quella scena senza ripeterla così come fu felicemente concepita? Quella era una storia tra un ventenne ed un trentenne. Quelli erano Karamazov. Quella era la Russia della fine ottocento? C'era l'aria corrotta di una famiglia maledetta che avrebbe partorito un delitto. Lì c'era l'ateismo di Ivan, la fede di Alioscia, la presenza del demonio, la critica dell'autore ad un sistema ecclesiastico usurpatore di un'autorità che avrebbe dovuto avere connotati più umani. Oggi? Cosa abbiamo immaginato? Quale contenitore abbiamo scelto? Come far ripetere ad un personaggio (che non è mai esistito se non nella fantasia dell'autore) certe parole? Come mettere sul tappeto una storia senza poi commentarla, senza arrivare a dire: "Segue poi dibattito"?
E allora abbiamo immaginato un Ivan vecchio (la mia età) e un figlio (che nel romanzo non c'è) ma che ci potrebbe essere come figlio-demone, figlio tentatore, figlio Mefisto, che cerca di tentare il vecchio Ivan-Faust colla possibilità di dire quelle parole del Grande Inquisitore oggi, davanti la platea di TED Conference un luogo non virtuale dove in diciotto minuti oggi uno può tentare di dire qualcosa che vale la pena di essere raccontato. E tutte le scene che precedono questo racconto non sono che una esemplificazione a volte fulminea a volte più elaborata di quei temi (libertà, fede, mistero, autorità, speranza, fame ecc...) che sono contenuti nel racconto che finalmente, dopo tanti anni, Ivan fa davanti al pubblico, come se il personaggio avesse finalmente scritto il suo romanzo. 
E il fatto più unico che raro che la mia immagine giovane (quella dello sceneggiato che si identifica con me) possa apparire come sogno di una gioventù perduta, di un desiderio represso, di un patto che sa tanto di "reality" rendono le cose leggermente più intriganti, spero. Le parole del Grande Inquisitore oggi a chi farebbero paura? La chiesa, o l'autorità, o il potere tout-court, agiscono ancora come il vecchio inquisitore sosteneva essere l'unico modo che permettesse agli uomini di essere liberi attraverso la negazione della libertà? Viviamo nella stessa illusione? Non voglio raccontare di più. Vorrei che il pubblico facesse lo sforzo di raccordare da solo i frammenti gettati qua e là costruendo il suo percorso mentale, ascoltando, guardando, semplicemente, come avviene a teatro.
Umberto Orsini




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