domenica 2 settembre 2012

Welcome Home - Tom Heene

Autore: Luca Ferrando 

Una donna e una città. Lila che ritorna dopo un viaggio di tre mesi in giro per il mondo e una Bruxelles in un continuo processo di costruzione e distruzione. Welcome Home di Tom Heene, secondo film presentato durante la Settimana della critica, è un film che racconta la storia di una donna disorientata da un viaggio strano che ritorna in una città che riconosce subito come casa, ma che fatica ad accettarla così come si sta trasformando. Tra tutto questo ci sono tre incontri, tutti nell’arco di una giornata.

Un incontro di condivisione di esperienze, un incontro d’amore e un incontro d’aiuto. Tre uomini, diversi l’uno dall’altro, ma accomunati dalla stessa incapacità di capire Lila, una donna avvolta dal suo egoismo che neanche la fuga riesce ad esorcizzare. Misteriosa, silenziosa, Lila si svela solo quando si tratta di sovvertire i ruoli di coppia, e lei, non lui, che spiega come può esistere sesso senza amore, ed è sempre lei che chiede di stare da sola, che non vuole impegni, ne tantomeno la presenza costante di un partner al suo fianco. Fuori una città dove il nuovo sovrasta e si impone sul vecchio, in mano ad architetti, che come dice il primo uomo incontrato, un iraniano ritornato dopo quarant’anni di assenza per ritrovare dei vecchi compagni con cui aveva diviso un appartamento durante il suo soggiorno di studio, “dovrebbero essere puniti e frustati”.

Una città dove, come sottolinea il regista belga, c’è l’Europa, e i numerosi cambi di lingua, i personaggi alternano l’inglese al francese al fiammingo, ben rappresentano da una parte un passaggio in avanti verso l’incontro con l’Altro, ma dall’altra evidenziando i problemi di comunicabilità e d’identità. In un continuo alternarsi di cambi di lingua e di prolungati silenzi il regista tenta di descrivere il variegato mondo dei giovani contemporanei, che si agita tra figli di papà indifferenti e viziati a precari insicuri, tutti però accomunati da un egoismo di base che non promette nulla di buono per il futuro. E se 3 mesi e 40 anni sembrano uguali di intensità nell’osservare una città dai finestrini di un autobus che si muove dall’aeroporto al centro, dall’altro i numerosi neri usati come segni di interpunzione non convincono molto, così come anche la struttura della sceneggiatura, che disorienta, ma per i motivi sbagliati.

 E’ un affresco forte, intimo, ma anche politico, con un finale che non risolve, e che lascia sospesa come una minaccia la frase dell’iraniano: “non si torna più indietro”.

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