giovedì 6 settembre 2012

Low Tide - Roberto Minervini

Autore: Erik Negro

Estate in una cittadina sperduta nel profondo Texas: un bambino vive in una situazione di abbandono e di violenza emotiva insieme alla madre che vede di rado e che è spesso ubriaca. Le giornate passano errabonde fino al giorno in cui il piccolo si ribella alla propria sofferenza. Lunghe sequenze di tedio estivo nel mezzo del nulla, sparuti scambi di battute ridotte all’osso e la solitudine disperata di un bambino costretto a crescere in uno stato di semi-abbandono.

Il protagonista vive con la madre una vita segnata dalla marginalità sociale e dalla violenza emotiva, erra più o meno senza meta nel paesaggio aspro del Texas tra distese stradali, un fiumiciattolo fangoso, un campo da rodeo, un macello, parcheggi dove diseredati vivono in roulottes. Roberto Minervini è italiano ma si è trasferito in Texas ormai da alcuni anni, dove è ambientato questo suo secondo film che è parte di una sorta di “trilogia texana” composta dal precedente The Passage e da un terzo film attualmente in lavorazione. Un cinema alla spasmodica ricerca dell’America più vera, che si arrabatta fra le briciole del “sogno americano” che fu. Verità a tutti costi, tanto che non ha bisogno di nulla: né di attori professionisti, né di luci artificiali, ma neanche di sceneggiatura e quindi con una regia splendidamente improvvisata.

 Questa ricerca produce indubbiamente i suoi effetti e l’autenticità è palpabile, anche perché Minervini si inserisce nei gruppi sociali che filma, frequentandoli per lungo tempo prima delle riprese, facendo in modo che questi arrivino quasi a rappresentare se stessi più che recitare. Il paradosso allo stesso tempo potrebbe essere che le scene più emozionanti sono proprio quelle finali, più pensate, nelle quali madre e figlio cercano una riconciliazione, una normalità, “fuori stagione” come la spiaggia in autunno. Ma alla fine, ripensando al film, ogni gesto è puramente emozionale ed emozionante proprio perché vissuto prima che interpretato e quindi giocato al cinema. In bilico tra i Dardenne e Gunnarson, tra la realtà e il filmarsi, tra l'artificio e la macchina da presa, Minervini ci regala un gioiellino; un film che seppur ancora un poco acerbo brilla come una delle migliori sorprese in quest'edizione un po' povera degli Orizzonti veneziani.

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