domenica 2 settembre 2012

I cancelli del cielo - Michael Cimino

Autore: Stefano Lorusso

Leggenda, mito, desiderio, morte. Esistono film nella storia del cinema che il tempo ha consegnato ad una bruciante damnatio memoriae. I titoli più illustri condannati alla violenza della mutilazione o, peggio, all’olocausto della invisibilità sono forse il wellesiano L’orgoglio degli Amberson e I cancelli del cielo di Michael Cimino. Correva l’anno 1982 quando Michael Cimino, italoamericano di terza generazione reduce dei successi di pubblico e critica del Cacciatore, riuscì a traghettare per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia, allora sotto la direzione di Carlo Lizzani, il suo capolavoro maledetto. Già circondato dall’aura del mito, Heaven’s Gate giunse al Lido macchiato dalla colpa del fragoroso fallimento della United Artist, lasciando presagire un immediato futuro denso di incognite.

Stroncato, massacrato, deriso da vasta parte della critica mondiale, da allora il film non è mai più circolato nella sua versione definitiva di 219 minuti, figlia di una prima scrematura operata dallo stesso Cimino su una originaria copia “di lavoro” della lunghezza di quasi cinque ore. Per trenta anni I cancelli del cielo è circolato più o meno clandestinamente in numerose versioni e lunghezze, dai vergognosi soli 144 minuti della edizione in dvd della MGM ai quasi 180 della versione trasmessa sulle televisioni. Mai comunque era stato possibile ammirare una delle pellicole più importanti di tutta la storia del cinema nella sua forma originaria. La Criterion, con l’appassionata supervisione di Cimino stesso e in collaborazione con la MGM che ha sbloccato l’intricata situazione relativa ai diritti di distribuzione, ha realizzato una fondamentale operazione di restauro digitale e di montaggio di quello che, a tutti gli effetti, ad oggi può definirsi il vero director’s cut del capolavoro di Michael Cimino. Dopo 30 anni esatti questa sorta di Sacro Graal della cinefilia mondiale è tornato a regalarsi al pubblico di fortunati della Mostra del Cinema di Venezia, dove ha inaugurato la rassegna “Venezia Classici”, con una proiezione già entrata negli annali anche per la presenza in sala di un immortale Cimino in occhiali scuri. Smisurato, titanico, epico. Difficile affrontare un'analisi lucida e razionale di un film che sublima la materia narrativa in pura elegia, offrendo alla storia della settima arte un capitolo imprescindibile, di struggente bellezza e potenza. Sullo sfondo una delle pagine più atroci e infamanti della storia americana: la Johnson County War, 1890, Wyoming. Proprietari terrieri e allevatori armati a difesa del latifondo e del privilegio, contro l’avanzata pacifica di immigrati europei sul suolo americano. Sogno a stelle e strisce macchiato di sangue, con la vergognosa benedizione del Presidente e dei membri del Senato. 125 vittime innocenti: immigrati polacchi, tedeschi, russi, ungheresi che reclamavano un lavoro e un pezzo di terra dove provare a mettere radici. Pesantissima, violenta denuncia del marcio dentro cui affonda le sue oscure propaggini la storia del Grande Paese Americano.

 Tutto appare dilatato, rarefatto, dissipato nelle straordinarie 3 ore e 40 della versione director’s cut dei Cancelli del Cielo. Una sorta di magnifico "spreco" che investe spazi e tempi, personaggi e masse, location e sintassi del racconto. A cominciare dal paesaggio: mai così aperto, arioso, ampio. Memore della lezione di Anthony Mann e di John Ford, Cimino in questo crepuscolare ultimo grande western senza frontiere offre una mirabile lezione di utilizzo dello spazio all’interno dell’inquadratura. Grandi coreografie, policromi pannelli, magniloquenti composizioni dal fortissimo gusto pittorico in cui ogni corpo animato e inanimato agisce in una sua precisa collocazione e trova il suo senso nel rapporto (sempre dinamico, vorticoso, ritmato) con lo spazio. A dominare è il motivo geometrico del cerchio, una "anakyklosis" ciclicamente riproposta in almeno 3 momenti chiave del film. Anche la sceneggiatura subisce lo stesso processo di totale riplasmazione artistica. Una narrazione scardinata, minata alle fondamenta dalla volontà anarchica di destrutturare le convenzioni della sintassi filmica. Sequenze accostate secondo suggestioni emotive in una sorta di rècherche per immagini, ampie ellissi (quelle che da alcuni critici miopi dell’epoca furono definiti "buchi della sceneggiatura") che connettono poderose scene di massa a momenti di delicato lirismo. Eccelso l’apporto luministico della fotografia di Vilmos Zsigmond, pastosa e dominata dalle tonalità del giallo e dell’arancio, capace di trasformare ogni singola inquadratura del film in una vera opera d’arte.

Molti i referenti pittorici individuabili, dalla forza plastica del "Quarto stato" di Pellizza da Volpedo, al fiammeggiare di colori caldi dei Macchiaioli, alla luminosità contrastata di William Turner. Straordinario tutto il cast, meravigliosa galleria di volti e di sguardi indimenticabili: Kris Kristofferson, Isabelle Huppert, Christopher Walken, Jeff Bridges, John Hurt, Mickey Rourke, Joseph Cotten, Brad Dourif. Eccellente ed evocativa colonna sonora, composta da David Mansfield. Pura estasi audio-visiva, lacerata dal conflitto tra l’esattezza improrogabile della "compiutezza" dell’oggetto filmico finito (nel momento in cui l’immagine si fa pellicola, trasformandosi da idea in materia) e l’incontrollabile arbitrio della incompiutezza, delle infinite variazioni, tagli, montaggi, ri-edizioni. Forse la più grande dichiarazione di fiducia, del tutto smisurata, ingenuamente folle e follemente ingenua (quindi fallimentare), nei confronti delle potenzialità espressive del mezzo cinematografico mai approdata sul grande schermo.

 Progetto enorme, di colossale portata epica e dimensionale. Il canto del cigno di una delle più gloriose case di produzione dell’industria cinematografica americana. L’opera che ha segnato irrimediabilmente la carriera di uno dei più grandi registi della storia del cinema, relegandolo nel ghetto dell’inattività forzata. Un epitaffio, una pietra tombale, una conclusione. O forse un inizio, il più atteso, quello che aspettavamo fiduciosi da 30 anni.

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