mercoledì 13 giugno 2012

Night Shift: chi ha paura del buio?


Autore: Ilenia Venditti

Night Shift (1978; A volte ritornano)  è la prima raccolta di racconti pubblicata da Stephen King. Riunisce diversi racconti già apparsi su riviste (tra queste “Cavalier”, “Ubris” e “Penthouse”) e alcuni inediti. È una raccolta eterogenea, in cui si mescolano storie ai limiti del fantastico e del paranormale, scenari catastrofici e racconti di puro orrore.

La prima storia, “Jerusalem’s Lot”, riprende da vicino il titolo di un romanzo pubblicato da King pochi anni prima, Salem’s Lot (1975). In effetti la città che aveva dato titolo al romanzo fa da sfondo a più di una storia in Night Shift, ma il lettore può tranquillamente muoversi da un racconto all’altro senza cercare riferimenti forzati al romanzo. In “Jerusalem’s Lot” è la città in cui si avventura il protagonista Charles Boone alla ricerca di indizi sui suoi antenati. In “One for the Road” è il luogo in cui Gerald si impantana nella neve con la sua auto.

Gli altri racconti sono ambientati in fabbriche, scuole, case e le creature che li popolano sono oggetti e macchinari che prendono vita e sfuggono al controllo dell’uomo, mutanti, personaggi tornati dal passato o da altri pianeti. Le storie più agghiaccianti sono forse quelle, come “The Ledge” e “Quitters, Inc.”, in cui l’elemento fantastico manca e il realismo dei personaggi fa risaltare la loro anormalità e crudeltà. Le due storie di ritorsione e sopraffazione riescono ad essere più inquietanti di molti degli altri racconti, da cui proprio la nostra immaginazione ci permette in parte di distaccarci.

La raccolta comprende racconti che hanno avuto un discreto successo nella loro trasposizione cinematografica e/o televisiva. Il più famoso è probabilmente “Children of the Corn”, che descrive una comunità formata da soli bambini e adolescenti devoti a un culto pagano che garantisce la loro sopravvivenza a un prezzo molto alto. In questo racconto riecheggiano le atmosfere di “Jerusalem’s Lot”, la presenza di un piccolo gruppo che segue spietate regole imposte dal loro fanatismo.

Le venti storie sono raccontate quasi sempre in terza persona da un narratore esterno. Fanno eccezione “Night Surf”, “I Am the Doorway”, “Trucks”, “Strawberry Spring”, “The Ledge”, “The Last Rung on the Ladder” e “One for the Road”, narrate in prima persona. E “Jerusalem’s Lot”, che procede attraverso lo scambio epistolare tra il protagonista e il suo amico Bones, con occasionali estratti dal diario di un altro personaggio, Calvin McCann. Le paure che tormentano i personaggi operano spesso su un livello personale: la morte di un fratello in “Sometimes they come back”, la malattia della madre in “The Woman in the Room”, il peso dei propri ricordi in “I Am the Doorway”.

Mentre nei romanzi di King si ha il tempo di addentrarsi con cautela nella storia e si resta impietriti nell’attesa dell’escalation degli eventi, i tempi narrativi più stringati del racconto non danno al lettore il tempo di abituarsi alla ‘visione notturna’. Si entra in una dimensione già affermata nella sua atipicità, la cui esistenza non deve essere giustificata, e si resta accecati dalla brusca transizione.

Il turno di notte a cui fa riferimento il titolo della raccolta è comunemente chiamato anche ‘graveyard shift’ (‘turno del cimitero’), e generalmente comprende l’arco di tempo che va da mezzanotte alle prime ore del mattino. È nelle ore notturne che i personaggi di Night Shift escono allo scoperto e vengono intrappolati dal filtro dello scrittore, come King stesso spiega nella prefazione alla raccolta. Filtro che passa al setaccio le nostre paure, anche le più irrazionali, perché sapere che quello che ci preoccupa non esiste non basta a liberarci dai nostri timori. E, superata la spavalderia e ragionevolezza delle ore diurne torniamo, in corrispondenza del ‘turno di notte’, ad aggirarci guardinghi, timorosi di chi/cosa potrebbe nascondersi sotto il letto o dentro l’armadio.

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