mercoledì 16 maggio 2012

Miriàm, in nome della Donna


Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di 4rum.it e FULL Magazine

Un palco nudo, desolato, privo di tutti quei trucchi che caratterizzano la finzione scenica; solo alcuni praticabili e un telo bianco sul fondo. Sei donne, di età differenti, belle di quella bellezza raggiungibile solo grazie a una spiccata femminilità: scalze, solo una tunica chiara e qualche semplice gioiello etnico indosso; capelli scuri, più o meno lunghi, lasciati liberi di esprimersi. Palco che, in realtà, non è affatto nudo, bensì riempito di dolcezza, forza, da corpi spiccatamente giovani che si fondono con altri più maturi. 

Ecco ciò che invade i sensi di chi assiste a Miriàm, spettacolo che la compagnia Teatro Giovani Lucca ha prodotto in collaborazione con I Teatri del Sacro (rassegna organizzata da Federgat), di cui ha, tra l'altro, vinto la seconda edizione del 2011. Miriàm trae la sua ispirazione da un piccolo, grande capolavoro della nostra contemporaneità, ovvero da In nome della madre (Feltrinelli, 2006) di Erri De Luca. Un'opera in prosa che in realtà porta in sé tanto lirismo, espresso anche nella divisione in quattro stanze e tre canti: qui l'autore traccia la sua particolarissima lettura dell'esperienza materna della Vergine Maria, soffermandosi in particolare su questa prodigiosa Attesa e sui momenti immediatamente successivi alla venuta alla luce del Messia. Più volte il dichiaratamente ateo De Luca si è interessato in vari modi alla sfera del Sacro, affrontando in questo caso l'argomento con una profondità sicuramente non comune nemmeno tra coloro che definiamo i credenti. In modo semplice, ma non per questo meno raffinato ed elegante, lo scrittore entra a pieno nell'universo femminile (giacché, non dimentichiamo, Maria è innanzitutto donna), centrandolo in un modo così perfetto da ricordare altri grandi personaggi della letteratura che, a vario titolo, si sono cimentati con l'interiorità muliebre (si pensi a Flaubert, Pirandello...).


Tutto questo è in modo splendido ripreso dalla regia di Nicola Fanucchi e dall'interpretazione delle sei donne coinvolte in questo allestimento: sei fisicità, sei voci, sei modi di recitare diversi ricostruiscono sei diverse Maria, Miriàm, nome tondo, pieno, così come pieno è il loro essere femmine e madri. Miriàm accoglie con stupore, gioia ed energia il miracolo pensato per lei: teli bianchi, immacolati, divengono i fagotti che fanno crescere la pancia, nel raggiungimento di uno stato di perfezione e di bellezza impossibile da ottenere diversamente. Difesa da un dolce, protettivo, solo evocato Iosef, la vergine incinta passa oltre le calunnie della gente, volti anonimi e omologati, efficacemente rappresentati da palloncini e voci grottesche (abilmente riprodotte dalle stesse attrici), che Maria va a scoppiare uno ad uno. La donna osserva il suo corpo trasformarsi nel recupero di una purezza che solo da bambina aveva potuto sperimentare; viaggia dentro se stessa, viaggia verso Betlemme, verso quella grotta che vedrà concretizzarsi il miracolo. Da sola, diviene madre con dolore, accoglie quel figlio, Ieshu, che, ahimè, adesso è altro rispetto a lei, anche se i loro due nomi sono uniti nella scritta composta sui teli con una bomboletta spray. Così come aveva fatto durante tutta la gravidanza, parla con lui, affida i suoi pensieri a questa creaturina perfetta che, nella sua preghiera al contrario, auspica sia talmente ordinaria (quasi insignificante) da non aver posto nella storia. Spera invece in un posto sicuro, lontano dalla crudeltà del mondo. 

Consci di quanto invece i fatti siano andati diversamente, ci si commuove a ogni parola, a ogni gesto, in un crescendo emozionale ed empatico frutto dell'abilità e della sensibilità delle attrici. I loro passi, i movimenti ben coordinati, l'alternanza di voci più profonde ad altre più limpide, le interpretazioni spensierate e fresche delle più giovani contrapposte a quelle consapevoli e riflessive delle più adulte: tutto questo crea un ritmo e un'armonia che invadono il palco, facendone dimenticare il vuoto, in un'atmosfera intima e struggente dalla quale non vorremmo più distaccarci. Così come Miriàm, queste sei donne bastano a rendere la scena pressoché perfetta, completa: in certi momenti quasi ci risvegliamo da uno stato di trance al suono della voce e della chitarra di Roberto Puccini, alle prese con alcuni brani di quella titanica opera che è La buona novella di Fabrizio De André, e di fronte alle immagini del viaggio di Maria che scorrono sul fondo. La storia, la poesia è tutta in quelle sei donne; il resto è altro, un pur valido orpello di cui sembrano non avere bisogno. 

Ancora, come per Miriàm, la forza espressiva è tutta in loro, in un'esperienza personale e attoriale asservita, in questo caso, alla ricostruzione del destino più straordinario che essere umano abbia mai potuto sperimentare.


MIRIÀM
TEATRO GIOVANI LUCCA
Liberamente ispirato a In nome della madre di Erri De Luca
Musica di Fabrizio De Andrè
ADATTAMENTO TEATRALE E REGIA Nicola Fanucchi


CAST
MIRIÀM: Lucia Bianchi, Vania Della Bidia, Agnese Manzini, Manuela Paoli, Martina Parenti, Silvia Prioreschi

MUSICHE INTERPRETATE ED ESEGUITE da Roberto Puccini

SCENOGRAFIE: Emilio Micheletti, Samuele Fanucchi
DISEGNO LUCI e DIRETTORE PALCOSCENICO: Luca Grimaldi
CORTOMETRAGGI: Claudio Piccolotto
COSTUMI: Gabriella Petretti, Francesca Pacini 
AIUTO REGIA e ORGANIZZAZIONE GENERALE: Nicola Cosentino


NOTE DI REGIA
di Nicola Fanucchi

Non appena lessi “In nome della madre” di Erri De Luca, pensai a un allestimento teatrale.
Rimasi affascinato dalla storia di una giovane donna che narra le sue emozioni dal concepimento al parto.
In Miriàm, come nella Donna, si ritrovano forza e fragilità, allegria e senso di solitudine. E il coraggio di scegliere senza farsi troppe domande, caratteristica propria del genere femminile.
Ecco il perché di sei interpreti in scena: la storia di Miriàm è unica e, allo stesso tempo, comune a tante donne. Per questo ho pensato di declinare al plurale la nostra lettura del testo di De Luca.
I tanti linguaggi espressivi che ho utilizzato hanno in comune il senso di precarietà e incompiutezza che caratterizza il momento che precede l’incontro con il non conosciuto.     
Quella di Miriàm è una vicenda umana che appartiene al genere femminile.
Questa Donna vive, come ogni Madre, il cammino che la porta dal concepimento alla creazione. Un percorso interiore dove il viaggio è movimento e meta. 

0 commenti: