mercoledì 2 maggio 2012

Hunger Games - Gary Ross


Autore: Alessandro Giordano


E’ una prassi comune a molti, quella di dubitare ogni qual volta Hollywood e i media celebrano la nascita di un nuovo fenomeno cinematografico che spesso si rivela, alla prova dei fatti, una copertura per un prodotto mediocre e senz’anima, atto solo al sollecitare con gran dispendio di mezzi i sensi di un pubblico giovane e ancora incosciente.

Preso atto che qui si parla dell’ennesima collana di libri per ragazzi trasportata sul grande schermo, lo sconforto potrebbe diventare ingestibile; ma se si tenta di realizzare qualcosa che vada al di là dei facili sentimentalismi che la saga di Twilight ha disseminato negli ultimi anni, se si prova a scrivere qualcosa che abbia maggiore concretezza e interesse delle rivalità fra licantropi e vampiri, forse può giungere in sala un kolossal che abbia le caratteristiche necessarie per sfondare al box office senza recriminare niente a nessuno.
Hunger Games, nato dalla penna di Suzanne Collins nel 2008, racconta cosa accade ogni anno su Panem, stato lontano parente dell’America, dove 24 ragazzi combattono l’uno contro l’altro fino alla morte, come (esemplare) punizione per una rivolta popolare avvenuta 74 anni prima delle vicende del film. Tutto a beneficio di quell’1% di popolazione che vive nel lusso e si crogiola nel vedere in televisione, in quello che ha le fattezze di un vero e proprio reality show, i figli dei distretti più poveri uccidersi per vincere gli Hunger Games e tornare sani e salvi a casa.

Pur non approfondendo con la dovuta attenzione i temi che molte altre opere, sia letterarie che filmiche, hanno osservato in passato con notevole intelligenza, Gary Ross, regista della pellicola, lascia trasparire sotto traccia la condizione disastrata del popolo di Panem, mostrato in poche occasioni, e concentrandosi sui ricchi facoltosi che amministrano i giochi, dal sempreverde Donald Sutherland ad una curiosa Elizabeth Banks.

Ciò che rimane maggiormente è lo stile visivo del film, lontano anni luce dalle patinate saghe degli ultimi anni: una cinepresa sempre nervosa, un montaggio sincopato, una fotografia gelida e inquieta concorrono a dare la giusta atmosfera alla storia, la quale presenta sequenze di notevole crudezza, specie nelle scene di massacro fra i ragazzi, senza però indugiare sulla violenza fine a se stessa, lasciandola solo intravedere.
La forza vera della pellicola è invece Jennifer Lawrence, che molti si ricorderanno in Winter’s Bone, la quale dà al personaggio di Katniss carattere e tenacia, ennesimo esempio delle moderne eroine al femminile di cui è pieno il cinema contemporaneo. Le sfide che deve affrontare sono di notevole difficoltà, acuita dalla spietatezza dei padroni del gioco, assolutamente senza pietà verso i poveri partecipanti.
Apprezzabile inoltre che la componente romance della pellicola sia inserita senza patetismi di sorta, in linea con il tono generale della storia e resa ambigua da alcune scelte narrative.
Inutile dire che sia già in cantiere il seguito, dopo i 155 milioni di dollari incassati nel primo weekend, miglior risultato di sempre in USA per un film non-sequel, sperando solo che vengano mantenute le buone premesse di questo primo capitolo.







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