domenica 4 marzo 2012

Mi chiamo "Quello che prende gli schiaffi"


Autore: Silvia Cosentino, caporedattore di 4rum.it


Qual è il modo migliore per festeggiare trent'anni di intensa attività teatrale se non quello di mettere finalmente in scena un'opera tante volte incontrata, ammirata, ma mai ancora compenetrata del tutto? Questo hanno deciso di fare Glauco Mauri e Roberto Sturno, riadattando in modo molto libero Quello che prende gli schiaffi, scritto nel 1915 dal russo Leonid Nikolaevič Andreev: i due immensi attori, e la compagnia tutta, restituiscono in modo struggente un dramma della ricerca di libertà.

Mauri è Papà Briquet, capocomico, mattatore, autorevole e paterna guida di un circo che ha la sua collocazione in un mondo delle favole altro, rifugio dalle crudezze, dall'aridità del reale. Una pedana delimitata da praticabili posti a semicerchio, così come le leggere quinte bianche che cambiano colore sotto l'effetto di riflettori posti su un'americana circolare: questo è il luogo in cui tre clown musicisti, un acrobata, una domatrice di leoni e una ballerina offrono spettacoli a coloro che, almeno per un po', desiderano dimenticarsi delle ingiustizie della vita. Al di là dei costumi variopinti e degli allegri motivetti, ci sono però i sentimenti, le passioni dei personaggi, che tanto li avvicinano all'essere comune e che minano all'equilibrio di questa realtà fantastica. Tutto è destinato a essere ancor più sconvolto dall'arrivo di qualcuno dalla platea: in deprimenti abiti piccolo borghese, arriva un minuscolo Roberto Sturno, dimesso, timoroso (nemmeno sembra lui, tanto siamo abituati a percepirlo potente in scena), con il solo desiderio di unirsi all'allegra compagnia. Vuole dimenticare la sua esistenza, negare di aver avuto nome terreno; dopo una vita di miserie, sarà solo Quello che prende gli schiaffi. Non definizione, quindi, ma nome proprio che contiene tutto il suo essere.

Sturno delinea un personaggio tormentato, ben diverso dalla tenera rassegnazione con cui Papà Briquet pare accettare come naturale l'inevitabilità di certi fatti: con i suoi buffi passi, le risate, le urla, i teneri gesti e, perché no, con tutti gli schiaffi presi, Quello sente ancora viva la bruciante ribellione che lo ha portato a reagire, a necessitare di un'azione (simile a quella tanto invocata da Amleto) che vada a cambiare il destino, l'apparente causalità degli avvenimenti. Con queste urgenze si snodano le efficaci scene di insieme, durante le quali questo misterioso personaggio si burla con corpo e voce del Potente, di quella proud man's contumely (per proseguire sulla linea shakespeariana), che mai aveva saputo fronteggiare nella realtà. Nell'intimità, poi, delle scene a due e dei monologhi, Sturno si fa vero e proprio strumento fisico di espulsione di tutto lo schifo di cui si è fatto, negli anni, inerme raccoglitore: grida come un forsennato, salta e impazzisce, alla ricerca di una dimensione che lo riscatti. L'apparente, tragico finale è conseguenza della presa di coscienza di come neppure questa favola circense sia esente da certe dinamiche, dalle brutture dell'indole umana.

Solo l'intervento di Papà Briquet, come Deus ex machina, andrà a ripristinare la tranquillità, in un conclusivo messaggio – ai suoi e al pubblico stesso – di speranza, di fiducia verso un futuro migliore, dettato dall'ascolto e dalla disponibilità tra persone, da un teatro che possa ancora interagire con il mondo. Una volta alzati dalla poltrona, più che da queste parole intrise di speranza, restiamo invasi dai lacerti di dolore rimasti sulle tavole del palco, da tutta quella sofferenza che, anche senza i piedoni e la biacca in viso, sentiamo tanto simile alla nostra.

Incredibili Mauri e Sturno, in un'armonia quasi scontata, ma che non smette mai di suscitare ammirazione; validissimi tutti gli altri interpreti, in particolare la raffinata Lucia Nicolini che, con il solo uso del corpo, ben dà voce all'afasia di cui ogni essere umano è spesso preda. Si apprezza poi la lettura non esasperata che viene data al mondo del circo, non inflazionato cliché di spensieratezza, ma facciata di una realtà ben più complessa e, tutto sommato, più colorata solo in aspetto: scavando, emergerà comunque il bianco e nero delle nostre giornate.




Quello che prende gli schiaffi


di Leonid Nikolaevi Andreev
libera versione di Glauco Mauri



Glauco Mauri - Papà Briquet il direttore
Roberto Sturno - Quello che prende gli schiaffi
Barbara Begala - Mara una domatrice di leoni
Lucia Nicolini - Leda una ballerina
David Paryla - Manuel un acrobata
Stefano Sartore - Jacky un clown
Leonardo Aloi - Polly un clown
Roberto Palermo - Tilly un clown
Marco Blanchi - Conte Mancini dei Guardamagna
Mauro Mandolini - Barone Regnard
Paolo Benvenuto Vezzoso - Un signore


Scene Mauro Carosi
Costumi Odette Nicoletti
Musiche Germano Mazzocchetti

Regia Glauco Mauri

Produzione Compagnia Mauri Sturno

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