martedì 7 febbraio 2012

L’immaginifico mondo di Padre Ubu secondo Roberto Latini


Autore: Silvia Cosentino - Caporedattore di 4rum.it



Il Fabbricone di Prato ha visto il debutto del nuovo spettacolo di Roberto Latini: dopo “l’incatenato”, ecco Ubu Roi di Alfred Jarry, straordinario precursore di quello che poi diverrà il Teatro dell’Assurdo. Occasione non tanto di rappresentazione, quanto di condivisione, come lo stesso regista specifica nelle sue note.

Ci sono spettacoli senza teatro, che mostrano, narrano, spiegano, annoiano: spettacoli che, del teatro, conservano solo elementi fisici, palcoscenico, attori, pubblico. C’è ancora, per fortuna, il teatro vero, quello che interpella, scuote, tiene incollati alla poltrona dando tuttavia la sensazione di non essere poi tanto stabili; quello che travalica il tempo e lo spazio, che suggerisce, richiama e ricorda. Questo è Alfred Jarry, questo è Roberto Latini che magnificamente lo rappresenta, anzi, lo condivide.

Lo splendido spazio del Fabbricone e tre pareti bianche bastano per dare un pur provvisorio, fuggevole spazio a Padre Ubu, ai suoi terribili compari e nemici: uomini straziati, maschere, animali. Corpi lacerati nella forma e nei suoni, fin da quel primo “merdra”, leit motiv di un senso che non è più e che, forse, non è mai stato. In perfetta linea con quella “patafisica” inventata da Jarry (definita come scienza delle soluzioni immaginarie), sette interpreti sono alternativamente maschi, femmine, orsi: accozzano abiti di varia estrazione, pochi oggetti, distinguendosi pur essendo tutti uguali. Tutti uguali pur distinguendosi. Latini cuce per sé la veste di un beniano Pinocchio, straziante, incatenato alla vita e al suo assurdo. Cambiando continuamente voce, al microfono lancia immagini, strappa viaggi mentali che, come stilettate, arrivano dritte ai sensi. Ecco, come in sogno, arrivare brandelli di capolavori shakespeariani: lui, così granitico, così immortale, così sempre sconvolgente e alieno seppur definito, per comodità, classico. I vari personaggi comunicano come possono, in assenza di un codice che li renda tra loro e a noi decifrabili; la vicenda è scarno pretesto, rupe da cui spiccare il volo verso mille immagini ora crude, ora intrise di poesia.

I primi dieci minuti richiedono il grande forzo di lasciarsi abbandonare, di allontanare mente e corpo dall’atteso, dal conosciuto; occorre mettersi a totale disposizione di ciò che abbiamo di fronte senza pretendere nulla, tantomeno di capire. Solo in questa predisposizione di viscere e spirito il pur lungo spettacolo inizia a fluire dentro di noi, divenuti terreno fertile e pronto a recepire tutto l’onirico profuso da gesti e suoni. Uno spettacolo del genere si presterebbe all’ormai inflazionato sfondamento della quarta parete, ma apprezziamo che questo non avvenga: i personaggi restano irrimediabilmente altrove, lontani seppur così vicini e vibranti, come intoccabili e fatti di sola aria, di solo pensiero.

Un pensiero potente e terribile, urlato e sussurrato, che sembra arrivare dai confini del mondo, ma che, indiscutibilmente, parla a noi e di noi.

Lo spettatore impavido non può perderlo.


1/ 11 FEBBRAIO 2012 | feriali ore 21.00, festivi ore 16.00, lunedì riposo | FABBRICONE
UBU ROI
di Alfred Jarry

regia ROBERTO LATINI

musiche e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Marion D'Amburgo
luci Max Mugnai
assistente alla regia Tiziano Panici

con Roberto Latini
e Sebastian Barbalan, Lorenzo Berti, Fabiana Gabanini, Ciro Masella, Savino Paparella, Simone Perinelli, Marco Jackson Vergani


Produzione TEATRO METASTASIO STABILE DELLA TOSCANA / FORTEBRACCIO TEATRO
Prima nazionale

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