domenica 5 febbraio 2012

La Talpa – Thomas Alfredson

Autore: Alessandro Busnelli

1973. Controllo, il capo dei servizi segreti britannici, pare ossessionato dalla presenza di una talpa ai vertici dell'intelligence. Il piano per stanarla si rivela un disastro tale da costringerlo al prepensionamento. Sarà il suo luogotenenente Smiley a portare avanti la ricerca.

Film inglesissimo, tratto dal romanzo “Tinker, Taylor, Soldier, Spy” di David Cormwell, che fu ai suoi tempi un agente segreto al servizio di sua maestà, con i migliori interpreti d'Albione diretti però da uno svedese Thomas Alfredson, alla sua seconda prova registica dopo il successo di “Lasciami Entrare”(terrificante quadretto di vampiri e (pre)adolescenti, agli antipodi della passione luccicante della saga di Twilight).

Lo sappiamo tutti, James Bond è figo, aitante, partecipa a feste raffinate accanto alle donne più belle del mondo, quando ovviamente non è occupato in inseguimenti mozzafiato. Qui abbiamo invece George Smiley è un uomo di mezzetà che subisce senza reagire i tradimenti della moglie, ordinario, forse invecchiato precocemente. Pare nell'aspetto un impiegato qualsiasi, nonostante faccia parte del Circus, la ristretta cerchia che guida dei servizi segreti britannici.
Già dal protagonista pare evidente la scelta autoriale di Alfredson, che rinuncia all'azione adrenalinica e alla patina glamour che tutte le spettacolari spy-story contemporanee non mancano di riutilizzare.

Lo svedese si approccia alla maniera più classica del genere, strizzando l'occhio a Hitchcock nella costruzione narrativa (Intrigo Internazionale), senza però avere la stessa capacità di creare tensione dell'impareggiabile precessore. Un film quindi già al suo concepimento si presenta come obsoleto, fuori moda, freddo, e sembra ribadirlo nel grigiore e nell'anonimia delle scenografie(oltre che nel/i protagonista/i) e della fotografia, dall'assenza di una colonna sonora che accompagni la narrazione , in un periodo, i 70s, che ci hanno abituato a ricostruzioni lisergiche, colorate vivacemente, dalla colonna sonora rock. Si aggiunga a tutto ciò la lentezza della intrigata trama e la scelta di romperne la linearità con salti temporali e discontinue scene narrative; ne verrà fuori che probabilmente lo spettatore avrà un moto di rifiuto di fronte a questi che dovranno essere i punti deboli della pellicola. Che sono però i punti forti, di pregio, se lo spettatore accetta di partecipare attivamente a colmare le lacune volutamente e diffusamente dispiegate, a memorizzare una grossa mole di volti e informazioni, a farsi ingannare. Una sorta di scelta mimetica della forma rispetto al contenuto: nel mondo dello spionaggio le cose non sono mai che sembrano, la verità è sempre celata, e relativa. Qui le parole non spiegano, e non sono spiegate, i nodi fanno fatica a sciogliersi, i cambi di scena o di tempo non sono introdotti chiaramente (e a rafforzare l'ipotesi l'unica occasione in cui il passato emerge dalle parole di un personaggio, non si risolve in un flashback telefonato, ma quasi a sorpresa nella recitazione e nella mimica della scena) e le stesse scene talvolta sono riprese secondo prospettive diverse, che gettano nuova luce su quanto si è creduto di vedere.

Nulla si può dire della trama senza svelare e immancabilmente distruggere la visione, se non apprezzarne la messa in scena frammentaria e poliedrica, il lasciar emergere qua e là elementi emotivi nei freddi burocrati dell'intelligence, intuiti e mai spiegati(il culmine nel finale riducendo all'osso per evitare spolier, siamo di fronte alla vendetta di un'amicizia virile tradita oppure a una soggiaciuta relazione omosessuale? Gli indizi ci sono, chiari ma immersi un quadro affollato).
L'anti-pathos del film porta quasi a non chiedersi chi sia davvero la talpa, quasi secondario nel labirinto di trame, sottotrame e personaggi a cui si è andati incontro, ma piuttosto come si risolveranno tutti gli orizzonti accennati e ritenuti dovuti, tipico dei film americani che dei film di spionaggio sono i padroni indiscussi.

La visione del film è paragonabile allo spettacolo dell'affastellarsi dei singoli pezzi di un mosaico che si compone in diretta, che richiede percià molta attenzione e motivazione da parte del pubblico, appesantendo la pellicola nel complesso, che non sarà in grado di infiammare gli animi, ma non delude né annoia. Non si tratta quindi di noia, ma di fatica, a tratti troppa, e questo è un punto a sfavore, la componente negativa(oltre alla scarsa volontà a comunicare del regista) ma necessaria per gustare un'opera solida, ben costruita, (volutamente)fredda ma con ritmo, che si scontra con la tendenza spettacolarizzante, semplicistica, lineare, televisiva dei prodotti cinematografici del genere. Chiudendo e rubando la battuta finale della talpa smascherata che sembrerebbe pronunciata dal regista stesso: “E’stata una scelta estetica oltre che morale. L’Occidente è diventato così brutto, non trovi?” e, aggiungerei, una scelta estetica vincente.

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