domenica 8 gennaio 2012

J. Edgar - Clint Eastwood

Autore: Stefano Lorusso

Una delle prime immagini di “J. Edgar” è il calco di gesso del volto di John Dillinger, conservato sotto una teca di vetro in un ufficio dell’FBI. La maschera pietrificata di un cadavere, realizzata al momento dell’uccisione del criminale più ricercato d’America. Se il cinema è l’arte di scolpire il tempo c’è una dichiarazione subliminale dentro quella visione appena sorvolata, che prelude alla comparsa dei volti invecchiati dal make-up di Hoover e degli altri protagonisti del film. Il trucco nell’ultimo film di Clint Eastwood costituisce un elemento fondamentale: le maschere del tempo sui volti degli attori principali rivelano chiaramente il loro essere estensione artificiale di resina e silicone, eppure lasciano trapelare una inconsueta sincerità, un perfetto e calzante realismo visionario. Ed è un magnifico trucco anche il geniale utilizzo che Eastwood fa del mezzo cinematografico: per approdare alle verità più profonde sulla identità nazionale americana occorre sfrondare la storia dai cascami della mitologia, e nessun mezzo come il cinema offre l’opportunità di costruire meglio abbaglianti distorsioni agiografiche e opposte scarnificazioni anti-retoriche.

Dopo “Changeling” ,“Flags of our fathers” e “Gran Torino” in “J. Edgar” si configura il nuovo capitolo di un articolato percorso di desaturazione di un intero immaginario collettivo, che attraverso la cruda elisione di tutto ciò che è artefatto, posticcio, retorico e adulterato mira ad individuare i nuclei primari e fondanti della identità nazionale americana. Per farlo, dipingendo la vicenda umana di un personaggio caleidoscopico come Hoover, Eastwood utilizza il grande artificio cinematografico al massimo delle sue potenzialità mistificatorie. La scansione temporale subisce una continua frammentazione, portando a risultati ancora più estremi la rapsodica struttura narrativa a mosaico già utilizzata in “Bird”, il film della filmografia eastwoodiana forse più simile a “J. Edgar” nel suo andamento e nella sua scansione cronologica. Come Kurosawa in “Rashomon”, Eastwood racconta e ritratta, osserva e rilegge le vicende personali di J. Edgar Hoover muovendo il cursore dello spazio-tempo lungo cinquanta anni di storia americana, e vagliando un altro tassello di una filmografia che nelle sue pieghe più profonde affonda dentro le radici del sistema valoriale statunitense e della sua storia nazionale. Trasversale uomo di potere, capace di attraversare da capo dell’FBI una guerra mondiale e otto presidenze di vario colore, Hoover in “J. Edgar” è un personaggio analizzato nella sua estrema complessità, umana e politica. La delicatezza con cui viene raccontata la sua vita privata pone ancora una volta in rilievo l’assoluta maestria di Clint Eastwood nel tratteggiare la pienezza e l’insondabile ricchezza delle relazioni umane. E sul piano politico la figura del capo storico del Bureau non esce di certo sconfitta dal confronto tanto con il fronte democratico quanto, ed è l’aspetto più interessante, con figure della destra nazionalista e populista americana. Il nome del senatore McCarthy affiora durante una intervista, e viene subito etichettato da Hoover come “opportunista” e come soggetto che non ha mai avuto a cuore i destini del suo paese. E Richard Nixon sarà per Hoover un subdolo oppositore, nonché il presidente dello scacco definitivo e della avanzata inarrestabile del male dentro i palazzi del potere.

Nel ritratto di Eastwood l’uomo che è stato uno dei più acerrimi anticomunisti della storia americana, feroce antagonista dei movimenti per i diritti delle minoranze, appare legittimato da una statura etica e morale che lo distingue dai suoi oppositori e rivali. Mai Hoover, a differenza di Nixon, piega i meccanismi del potere al suo interesse personale: la bussola che orienta il suo agire è il bene della nazione. Un imperativo manicheo, semplicistico ma profondamente sincero ricevuto in dote, insieme ad una educazione sentimentale repressiva e castrante, da sua madre. Ed è singolare che questo personaggio così controverso, ennesima reincarnazione di un Leviatano che si rigenera continuamente nell’esercizio autarchico del potere, come il Divo andreottiano, instauri una peculiare rete di rapporti interni con altri mondi paralleli di celluloide, coevi o tangenziali rispetto al “tempo” del racconto del film di Eastwood. Il modello archetipico del cittadino Kane wellesiano, i tic e le nevrosi di Howard Hughes, la balbuzie di re Giorgio, l’epopea di celluloide del nemico pubblico manniano e la sua antitesi bifronte incarnata dal “G-Man” di James Cagney. Fino a suggerire un ipotetico corollario della tetralogia sul potere di Aleksandr Sokurov: J. Edgar salvato e redento, emendato dalle sue colpe in extremis grazie ad un vincolo scritto di appartenenza, espressione finalmente libera di un sentimento ineludibile eppure mai confessato.

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