martedì 6 dicembre 2011

The Soft Machine


I meccanismi del corpo e del potere secondo Burroughs

Autore: Ilenia Venditti


The Soft Machine (1961) appartiene alla Trilogia Nova ed è il romanzo che William S. Burroughs pubblicò subito dopo Il pasto nudo (1959), utilizzando la stessa tecnica del cut-up che lo aveva reso famoso nell’opera precedente. Anche se l’autore viene spesso annoverato tra i padri della letteratura beat, The Soft Machine è un’opera che può facilmente passare in secondo piano a meno che non si abbia una passione per Burroughs e la curiosità di leggere in che direzione questi stesse cercando di muoversi subito dopo la pubblicazione di quello che è ricordato come uno dei classici della prosa beat.

In The Soft Machine, e in generale anche nei due successivi capitoli della trilogia, The Ticket That Exploded (1962) e Nova Express (1964), Burroughs continua le sue sperimentazioni con lo stile del cut-up, estremizzandolo fino a rendere ardua, a tratti estenuante, l’esperienza della lettura anche per chi ha apprezzato l’approccio sferzante e corrosivo utilizzato ne Il pasto nudo. La sperimentazione letteraria portata avanti da Burroughs nella Trilogia Nova può facilmente alienare il lettore che probabilmente faticherà a notare il ricorrere degli stessi personaggi nei tre capitoli, ma sicuramente identificherà il ripetersi delle stesse situazioni.

Nelle opere di Burroughs l’elemento più importante non è infatti la trama, ma il modo in cui i personaggi percepiscono e ricordano gli eventi narrati. Da questo punto di vista The Soft Machine non fa eccezione; sebbene i primi sei capitoli del libro tocchino tutti i punti della trama, questa verrà presentata in maniera più lineare solo nel capitolo 7. The Mayan Caper. L’edizione a cui faccio riferimento in questo caso è quella pubblicata originariamente nel 1966. Nei 5 anni trascorsi tra la pubblicazione di Nova Express e The Last Words of Dutch Schultz (1969) Burroughs ritornò infatti più volte su tutti e tre i capitoli della trilogia, rivedendoli alla luce del nuovo stile narrativo che stava evolvendo.

Nel corso degli anni The Soft Machine è apparso in diverse edizioni che presentano una differente suddivisione dei capitoli, ma tre sono le edizioni che contengono revisioni curate dall’autore stesso. Burroughs infatti pubblicò una prima versione dell’opera nel 1961 che prevedeva 50 capitoli. Nel 1966 decise di ritornare sul romanzo per rimuovere circa 100 pagine ed inserirne altrettante inedite aggiungendo anche più scene di cut-up. L’ultima edizione risale al 1968 e presenta solo leggere variazioni rispetto all’edizione precedente, tra le quali l’aggiunta di un’appendice e di una prefazione da parte dell’autore.

The Mayan Caper dà al lettore l’impressione che, ormai a metà del libro, Burroughs abbia deciso di abbandonare, almeno temporaneamente, lo stile frammentario, ellittico della sua narrazione e che si possa procedere a ritroso ed interpretare quanto letto alla luce degli indizi presenti in questo capitolo. Nell’arco di poche pagine si è portati a pensare che si possa finalmente dare un senso a quanto è stato narrato nei capitoli precedenti. L’illusione dura solo fino all’inizio del capitolo successivo, I Sekuin, quando diventa chiaro che, pur conoscendo i dettagli essenziali della storia appena delineata, non si riuscirà ad inserire i frammenti narrativi in un contesto più ampio.

The Mayan Caper può essere paragonato ad un breve sprazzo di lucidità prima di ritornare nell’universo caotico ed infestato da visioni del protagonista, un agente segreto impegnato in una missione non ben precisata in Messico. La storia viene raccontata dal suo punto di vista e filtrata dalla sua percezione alterata dall’uso delle droghe e dal ricordo confuso degli incontri sessuali che caratterizzano il suo viaggio. È come se la sperimentazione letteraria di Burroughs si svolgesse parallelamente alle diverse forme di sperimentazione intraprese dal suo alter ego.
Nel romanzo sono presenti alcuni dei temi ricorrenti nella narrativa di Burroughs: l’uso delle droghe, la descrizione delle percezioni sensoriali causate da queste e l’idea di sovvertire qualsiasi tipo di gerarchia e di ordine dominante. Quest’ultimo è un tema che sarà centrale nel saggio The Electronic Revolution (1970) ma che Burroughs, come evidente in The Soft Machine, aveva contemplato a lungo. La ‘macchina morbida’ a cui Burroughs fa riferimento nel titolo è una metafora del corpo umano e The Soft Machine è uno studio di come il corpo reagisce ai meccanismi di controllo imposti dalla società e, su un piano più personale, dal nostro subconscio. Ed è anche un’esplorazione di come il corpo possa liberarsi da quei meccanismi attraverso qualsiasi tipo di esperienza che sia in grado di innescare una rottura, un’interruzione, come quella provocata dall’arrivo del protagonista in Messico.
L’avventura in Messico dell’agente segreto lo porterà ad infiltrarsi nella società maya, o quello che ne rimane, e ad essere accettato come semplice lavoratore nei campi. Questo gli permetterà di osservare da vicino l’organizzazione di quel microcosmo ed il modo in cui i sacerdoti detengono il potere attraverso la manipolazione del calendario maya. La metamorfosi dell’agente nella società messicana è riflessa più volte dall’uso di parole spagnole e dalla riproduzione dell’inglese stentato parlato dai giovani messicani che incontra durante il suo viaggio.
L’agente riuscirà a comprendere il complesso sistema gerarchico in cui è strutturata la società maya ed assisterà anche ad alcuni dei suoi aspetti più controversi, come i diversi tipi di esecuzione che saranno più volte raccontati nel romanzo. La consapevolezza da parte dell’agente di riuscire a comprendere il calendario maya meglio dei sacerdoti stessi e di essere in grado, a differenza di questi, di sabotarlo, lo spingerà ad ideare un piano per destabilizzare dall’interno l’equilibrio di potere della società in cui è riuscito lentamente ad insinuarsi.
È tuttavia inverosimile pensare che Burroughs riesca a restituire un ritratto autentico della società maya così come lo è credere che il protagonista della storia riesca davvero, come dice, a padroneggiare la lingua maya, in quanto ‘più semplice di quella azteca’. The Soft Machine, come tutte le opere di Burroughs, è influenzato dalle esperienze con le droghe avute dall’autore e dal suo desiderio di proporre un modello di società diverso da quello imposto dalla tradizione.
Lo scopo di Burroughs non è quello di imporre al lettore la sua visione della realtà o di presentarla come l’unica alternativa possibile alla rigidità della società lasciata in eredità dalla generazione che l’aveva preceduto. È per questo che il lettore con una passione per il mondo sommerso in cui si muovono gli autori e gli antieroi della letteratura beat non potrà fare a meno di assecondare la visione e la visionarietà di Burroughs fin dalla prima pagina.

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