giovedì 27 ottobre 2011

I demoni di Prada e la letteratura


Autore: Alessandro De Caro

Il diavolo veste Prada mi è sembrato un ottimo spunto per riflettere su quell'appartenenza reciproca tra la moda e la letteratura di cui la cultura italiana non è mai stata molto consapevole. Anzi, il classicismo dei nostri umanisti l'ha sempre snobbata, anche se con le debite eccezioni.
Le vicende di Andy, la giovane protagonista del film di David Frankel, sono ambientate nel lussuoso e nevrotico mondo di una rivista patinata, Runway. Ci si può chiedere come mai un'aspirante scrittrice o giornalista si trovi a muoversi in un universo all'apparenza così distante come le sfilate di moda. Se proviamo a proiettare questa storia sullo sfondo delle vicende letterarie americane, ci accorgiamo di alcune similitudini. Facciamo, dunque, un passo indietro.

Gli anni Cinquanta in America sono stati importanti per tante ragioni. Una di queste è la crescita esponenziale dell'arte fotografica, da semplice documento etnografico a mezzo espressivo che non conosce confini. In modo analogo, la narrativa del dopoguerra comincia a lasciarsi dietro il “mito vivente” Hemingway per liberare strani demoni (Capote, Salinger, Vidal) che hanno un'idea molto diversa della letteratura.
Le arti visive abbandonano la pittura da cavalletto per sposare la mitologia dello spazio: esplodono nel dripping di Jackson Pollock. Così farà anche la musica, sempre più radicale, con John Cage da un lato e i Beatles dall'altro. Sconfinamenti, energia e colore dappertutto: la metropoli è come un grande quadro cinetico. Negli anni Cinquanta, quindi, poteva accadere che i racconti di uno scrittore esordiente, Truman Capote, cominciassero ad apparire su una rivista di moda e costume come Harper's Bazaar...C'è stata un'epoca in cui pubblicare letteratura tra le collezioni di Paco Rabanne o Pierre Cardin non solo era normale, era decisamente cool. Da questo punto di vista, Il diavolo veste Prada riprende, forse, un tema già acquisito nella cultura americana, quello del talento a tutto campo per la parola. Ben lontano da ogni specializzazione, lo scrittore progressista scrive articoli, reportage, può persino occuparsi di moda.

Il motto per eccellenza di Andy (Anne Hathaway) è: “voglio assolutamente scrivere”, ma per farlo non esiste una strada soltanto, ce ne sono molte che portano al New Yorker. Per “aprire le porte che contano” bisogna fare una gavetta, come sanno tutte le stagiste di questo mondo: passare, in questo caso, nel centro di un ciclone chiamato Myranda Priestley (il personaggio interpretato da una eccellente Meryl Streep).
D'altra parte, non credo che il tema del film sia la moda, quanto piuttosto l'individualità: ovvero l'immagine che ciascuno di noi si fa del talento e di quanto possa costare realizzarlo. La diabolica Myranda è molto chiara in proposito nella scena in cui dice a Andy che la sua collega di lavoro non potrà andare alle sfilate parigine: “se non vieni vorrà dire che non prendi sul serio il tuo futuro, qui come in qualsiasi altra pubblicazione”. La moda non è un argomento, ma lo scenario di tutte le strade possibili. Sembra quasi di sentire il teorico della società dei simulacri Jean Baudrillard: “tutto è estetico e politico allo stesso tempo”.

Adesso qualche ragguaglio storico, giusto per “rovinare le sacre verità” (citiamo Harold Bloom) del cinema. Per chi non fosse informato il New Yorker dell'immediato dopo guerra non era un posto dove una fanciulla idealista e cocciuta come Andy avrebbe potuto sentirsi a suo agio: Truman Capote, prima di diventare una celebrità, faceva giusto il fattorino presso la redazione del NY e, a quanto racconta Gerald Clarke nella sua documentatissima biografia (pubblicato in Italia da Frassinelli), era un posto per sinistrati che campavano dei sussidi governativi scrivendo articoli pretenziosi. D'altra parte, quello strano ragazzo di statura insolitamente bassa che svolazzava tra le scrivanie portando il caffè e parlando a più non posso non poteva essere, tutto sommato, un testimone attendibile. Pare che ebbe anche delle noie con il poeta Robert Lowell, a causa di una conferenza alla quale Capote diede forfait...per la noia, forse. Oppure era, come sostiene lui, un semplice mal di schiena?
Che non si possa separare del tutto l'esercizio letterario dal cocktail party lo indica anche il fatto che una certa narrativa sembra ossessionata da questo genere di situazioni, al limite tra il mondano e il teatro dell'assurdo.
Ancora nel suo La vita è un'altra storia (Minimum fax, 2010) , lo scrittore postmoderno John Barth scrive un racconto intitolato Toga Party dove si fa beffe di certe usanze degli intellettuali universitari, nel tono beffardo e nello stile allusivo che può aver trovato soltanto in autori come Salinger o Capote. Non troppo diversamente funziona lo struggente Wonder Boys di Michael Chabon, da cui è stato tratto un film diventato, anch'esso, un oggetto di culto.
Nel corso del tempo, certo, le riviste newyorchesi sono cambiate: McSweeney's, curato da Dave Eggers, Granta e altre ancora sono forse più lette e ammirate dello stesso New Yorker. Le generazioni cambiano, ma un'idea mi sembra costante: gli scrittori americani non amano le barriere, si può cantare la depressione come l'euforia ovunque, perciò in un certo senso che si tratti di Manhattan o di Brooklyn, del cielo o dell'inferno, sono tutti on the road.

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