sabato 29 ottobre 2011

DEBUTTO DI UN'ELEGANTE CANTATRICE



Autore: Silvia Cosentino

Massimo Castri torna in quel Metastasio di cui è stato direttore dal 1994 al 2000, inaugurandone la stagione di prosa con la Prima Nazionale di La cantatrice calva, prima opera teatrale di Eugène Ionesco: grazie alla impressionante poetica espressiva che gli è propria, il grande regista intercetta perfettamente tutti gli elementi caratterizzanti questa anticommedia, come lo stesso autore amò definirla. Il tutto egregiamente portato avanti da un validissimo gruppo di attori, ben accordato fin da questo debutto.

Se, a un primo sguardo, la scena e l'atmosfera appaiono anni luce lontane da quella asettica e claustrofobica dello struggente Finale di Partita (che ha valso a Castri il Premio Ubu 2010 come Miglior Spettacolo dell'anno), bastano pochi minuti per comprendere quanto invece il contenitore possa veicolare analoghe sensazioni. Siamo in quel famoso salotto, in cui ogni aspetto è inequivocabilmente inglese, come riporta la didascalia di Ionesco, in questo caso "detta" in scena dal pompiere: le luci e un grande, soffocante tappeto vanno a delimitare un rettangolo di mondo, di ambiente familiare, oltre il quale c'è il buio più fitto, il nulla. Un bel lampadario illumina tenuamente un divano e due poltrone al centro; un paravento, una pianta e la postazione da cucito a sinistra; una chaise longue, un caminetto e un pianoforte a destra. Una elegante, quantomai pesante, tappezzeria riveste tutti gli arredi, dominando con colori caldi e ovattati; sul fondo incombe l'orologio a pendolo, a scandire con rintocchi improbabili un tempo in realtà inconsistente. Alla perfezione dell'ambiente corrisponde quella di abiti, acconciature e trucco dei protagonisti, impalati in una forma destinata a sgretolarsi fin dalle prime battute.

Perché, per chi non lo conoscesse, La cantatrice calva, fondamentale nome di quel teatro per semplificazione chiamato dell'assurdo, non ha trama, non conosce inizio e fine per come comunemente le intendiamo: è un gioco, serissimo, con cui l'autore smaschera appunto il teatro, e con esso l'essenza stessa della vita, attraverso le parole e i gesti di due coppie (gli Smith e i Martin), di una cameriera e un bizzarro pompiere. Castri, e con lui gli interpreti, tessono settanta minuti di vocalità contenute alternate a grida forsennate, di movenze forzatamente eleganti a scatti dinoccolati fuori controllo. Rosari di menu, noiosi racconti di parentele, affettate convenzioni che in un secondo lasciano il posto alla più isterica scortesia, dimenticanze di affetti e legami familiari: questo il punto di partenza di un linguaggio che, progressivamente, degenera verso estenuanti tirate non sense fino a raggiungere lacerti di parole, consonanti e vocali, armi taglienti per confliggere con l'altro e sfogare tutto ciò che sempre viene represso. Quella che appare una catarsi finale, lo sfondamento del rettangolo scenico nella fragorosa discesa della cameriera in platea con uscita dal fondo e nella nevrotica lotta di versi sconnessi compiuta in proscenio dalle due coppie, con tanto di luci da avanspettacolo in ribalta, è in realtà solo apparente conclusione: dopo il buio, la scena riprenderà vita con le stesse battute dell'inizio, pronunciate dai Martin al posto degli Smith. Simbolo, questo, dell'assenza di identità, dell'inutilità del pur impeccabile luogo, di una ripetizione senza fine destinata a svilire progressivamente il senso dei vocaboli invece di rafforzarlo.


Lo spettacolo viene accolto da numerosi applausi, pensiamo prevalentemente suscitati dal primo livello pseudo comico che lo spettacolo porta con sé: quello degli aneddoti senza senso, delle mimiche accentuate tipiche di Castri, dei fraintendimenti assurdi e della battaglia di parole buffe secondo la strepitosa traduzione di Gian Renzo Morteo. Il secondo livello, quello più profondo ed essenziale, che indaga sul drammatico svilimento di cui il linguaggio (e con esso l'essere umano) è vittima e carnefice è di certo denso quanto ostico da afferrare e, nondimeno, assolutamente lontano dal suscitare ilarità.

E la cantatrice calva? Continua a pettinarsi sempre nello stesso modo, sorprendendo e spiazzando nel suo essere altrove.


Spettacolo visto al Teatro Metastasio di Prato, venerdì 28 ottobre 2011


26/30 OTTOBRE 2011
TEATRO METASTASIO

LA CANTATRICE CALVA
di Eugène Ionesco
traduzione Gian Renzo Morteo

regia MASSIMO CASTRI
con la collaborazione di MARCO PLINI

scene e costumi Claudia Calvaresi
progetto luci Roberto Innocenti
musiche Arturo Annecchino
aiuto regista Thea Dellavalle

personaggi e interpreti:

signor Smith Mauro Malinverno
signora Smith Valentina Banci
signor Martin Fabio Mascagni
signora Martin Elisa Cecilia Langone
Mary, la cameriera Sara Zanobbio
il capitano dei pompieri Francesco Borchi

produzione TEATRO METASTASIO STABILE DELLA TOSCANA

PRIMA NAZIONALE

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