mercoledì 14 settembre 2011

Eventi letterari: il diario di Julio Cortazar

Autore: Alessandro De Caro

Quello che sto tenendo tra le mani è probabilmente uno degli eventi letterari dell'anno: piccolo, sottile, con una bellissima copertina flou sulla quale si riconosce la fisionomia concentrata e volubile (l'antitesi per eccellenza?) di Julio Cortazar. Un libretto anomalo il Diario di Andrés Fava perché anche se ampiamente autobiografico (ma il termine “autobiografia” va preso con molte precauzioni nel caso dell'autore di testi come Bestiario e Storia di Cronopios e di Fama), si rivolge spesso ad un personaggio, Andrès Fava, che compare nel romanzo El examen apparso nel '85-'86 in edizione straniera. Un diario, dunque, che sembra quasi voler fornire al personaggio di Andrès temi e pensieri dell'autore, un “falso” diario reso ancor più vero dalla finzione, anche se poi fu espunto dall'edizione del romanzo. Il classico manoscritto nel cassetto, insomma, che adesso riappare grazie alla cura dell'editore Voland.

Spesso i diari degli scrittori deludono, bisogna ammetterlo. Alcuni riescono a trasformare il diario nella loro opera più riuscita (Gide, Cocteau, Alain), altri invece ne fanno un uso troppo vincolato all'opera letteraria che considerano più importante. Altri ancora non hanno bisogno di un diario perché tutta la loro opera è una lunga, interminabile riflessione (Dostojevskij, Cioran).
Nel caso di Cortazar le cose vanno in un altro modo: la letteratura c'è, e molta, ma è inserita in un circuito di riflessioni che non lasciano il sapore del passaggio fine a sé stesso, come letture obbligate, ma semmai diventano giudizi netti e meditati – terribile la stroncatura di Demian, per esempio, di Hesse- oppure, al contrario, voli dell'immaginazione dettati da una poesia o da un episodio di vita vissuta.
Alcune volte si tratta di aforismi: “Ciò che tendiamo a chiamare classico è sempre il prodotto ottenuto sacrificando la verità alla bellezza”. Molto più spesso i pensieri di Cortazar si biforcano in più rami e giocano con la narrativa, la poesia, la musica: “Mi interessano solo i primitivi e i miei contemporanei, Simone Martini e Gischia, Guillaume de Machault e Alban Berg. Dal secolo XVI al XIX ho l'impressione che l'arte non sia abbastanza viva e non sia abbastanza morta”.
Si potrebbe anche dire che tutto il diario oscilla tra questi due poli: da un lato la visione sempre possibile che apre nuove configurazioni nella realtà, la eleva o la trascende (influenza evidente di Rimbaud e dei surrealisti). Dall'altra la caduta nel frastuono del mondo, nella noia e più spesso nella malinconia. Quest'ambivalenza, pero', ha il vantaggio di dare a queste pagine un ritmo particolare.

Cortazar indaga volentieri “la funzione incalcolabile di certi libri in una vita ancora porosa, attenta, fremente”, rievocando le letture giovanili degli anni Trenta, specialmente francesi, come il fantasma di Gide che viene rievocato insieme a Mallarmé o Apollinaire. Si misurano delle distanze, si riflette sui vecchi amori. In altre pagine, invece, molto dense appaiono delle inconfondibili “mitologie” cortazariane, legate agli oggetti di uso quotidiano o a scene di vita argentina che ricordano certi suoi racconti. Della sua infanzia restituisce, per esempio, dei ritratti sospesi e ampiamente legati ai luoghi più che alle persone, al mistero delle cose più che agli affetti: “Come un'enorme palpebra chiara, mi bastava abbassare il lenzuolo su tanta smembrata sensibilità per sentirmi libero, percorso da un sognare più bello del sogno perché ammetteva di essere inventato e diretto”.




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