giovedì 8 settembre 2011

Dark horse Todd Solondz


Autore: Luca Ferrando

Primo film che vedo di Solondz, ma sicuramente non primo sguardo allucinato su una provincia americana sempre più ipertrofica, persa in un provincialismo senza radici, consumato fra l’aria condizionata di centri commerciali sempre più pieni di merci, ma sempre più vuoti di anime. Inutili venditori di giocattoli rigati. A cavallo di un Hummer giallo tamarro il protagonista si pone in una paradossale antitesi con la protagonista di Un gelido inverno. Sempre provincia americana, più King la seconda, più un frullato Delillo-Wallace il film di Solondz. Ma sempre un paradigma di provincia tipico americano.

L’orrore dell’infinita solitudine di un spazio senza direzione, che non si riempie neanche con il gigantismo, lo stesso sentimento che ha portato Wayne a varcare la famosa soglia di Sentieri Selvaggi nel finale del film, qui portato all’estremo dall’isteria post-moderna. Famiglie che esistono, quelle di Un gelido Inverno e di Dark Horse, solo nell’ostinata ricerca della patina da copertina di Life che sembra muovere gli istinti inconsci degli americani. Devastati da una violenza povera e dura nel primo, devastati da un’insensibilità da McDonald la seconda. Soli, vuoti, tristi, i personaggi del film di Solondz sono la variazione estrema di questo orrore, persi tra la farsa e il dramma, tra la tragedia e la commedia per risolversi in nulla di fatto. In un erotismo da segreteria e in una frigidità spastica.

Non rimane niente alla fine, se non una lapide con la data sbagliata. Tutto scorre, o per lo meno, tutto sembra scorrere, ma non c’è evoluzione, c’è solo statica rassegnazione e il film di Solondz sembra che non ci sia mai stato. Ma intanto ti ha ammaccato un pezzo d’anima.

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