domenica 4 settembre 2011

Contagion - Steven Soderbergh

68esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Contagion – Steven SoderberghAutore: Giacomo Lamborizio

Steven Soderbergh è un cineasta estremamente difficile da incasellare, capace di raggiungere in vent’anni di carriera successi di critica e pubblico straordinari nonostante una filmografia estremamente diseguale, fatta di andate e ritorni (anche violenti) tra il blockbuster mainstream e il film d’autore ai limiti dello sperimentale. C'era così grande attesa per il suo ritorno (fuori concorso) al Lido - a due anni dal non del tutto convincente The Informant - con un film dal cast secondo solo a quello dei suoi Ocean’s per quanto riguarda i nomi.

Una letale epidemia si diffonde rapidamente in tutto il mondo, mietendo in pochi mesi milioni di vittime e portando l’umanità sull’orlo del collasso. In scena le storie della famiglia della “paziente zero”, una donna americana ammalatasi dopo un viaggio a Hong Kong, e dei vari medici delle organizzazioni internazionali coinvolti nella lotta disperata al virus, complicata dal panico dilagante. In scena, tra gli altri, Jude Law, Kate Winslet, Matt Damon, Laurence Fishburne, Marion Cotillard.

Contagion è tutto costruito su equilibri fragili ed il regista è stato abile nel farli reggere fino alla fine. Il genere catastrofico è uno dei più fertili e dei più codificati del cinema contemporaneo e i suoi prodotti di maggior successo puntano spesso sul sensazionalismo e sugli effetti speciali cercando di spostare sempre un po’ più in là l’asticella del filmabile, del concepibile. Soderbergh invece fa un deciso passo indietro, girando un film sobrio, curatissimo a livello di immagini – parlando di equilibri, forse qui si è trovata finalmente la giusta via di mezzo tra il regista di Ocean’s Eleven e quello di Che -, in cui la creazione del disagio nello spettatore è affidata a un realismo a livello di trama sconvolgente.

Ancora equilibri. Le storie parallele sono tante, sulla carta ugualmente importanti, per forza di cose non si riesce ad approfondirle tutte, alcune sembrano essere dimenticate strada facendo (quella con al centro il personaggio di Marion Cotillard), ma il pubblico non si perde e non si annoia. A livello tematico la carne al fuoco era tanta: l’indagine sui meccanismi del panico (il vero “contagio” del titolo, per l’ufficio stampa) e sulle ansie dell’America post 11 settembre; la vertigine data da un mondo completamente interconnesso in cui tutto diventa istantaneamente globale - a cominciare dai proverbiali battiti d’ali di farfalla, o di pipistrello-; il ruolo delle multinazionali farmaceutiche nella creazione delle ansie da epidemia che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Pur peccando a volte di superficialità – l’unico “cattivo” del film finisce con l’essere un blogger che mette in guardia contro lo “sfruttamento economico” della malattia – Soderbergh esce bene da una prova complessa e ambiziosa che, indicando forse una nuova direzione nel suo cinema, lo conferma tra i nomi più importanti del panorama americano contemporaneo.

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