mercoledì 6 luglio 2011

La linea d'ombra - Joseph Conrad

La linea d'ombra - Joseph ConradAutore: Stefania Basset

Cesare Pavese, nella nota introduttiva a questa novella, scrive di Conrad che “dei molti scrittori esotisti della fine del secolo (Loti, Kipling, London, Hudson), egli è senza dubbio il meno ‘pittoresco’, il meno dedito a rendere con ricca tavolozza le fogge e i colori turistici che gli è avvenuto d’incontrare”. Questo probabilmente avviene perché gli ambienti frequentati da Conrad, e di riflesso dai personaggi dei suoi romanzi e dei suoi racconti, non sono per niente turistici, né pittoreschi. Ne “La Linea d’Ombra”, per esempio, ci troviamo lungo la rotta commerciale Bangkok-Singapore, città infestate dalle febbri malariche dove uno dei pochi svaghi è la Casa dell’Ufficiale e del Marinaio dove tutti, o quasi, si conoscono. Conrad non si concede nemmeno il piacere di descrivere la natura circostante o le abitudini della popolazione locale, limitandosi al mondo ristretto degli uomini di mare europei.

In questo romanzo breve, strettamente autobiografico, il narratore è infatti un giovane marinaio che decide di lasciare il suo lavoro a bordo di una nave a vapore, senza un vero e proprio motivo se non il desiderio di cambiare qualcosa nella propria vita troppo monotona. Poco dopo gli viene offerto un incarico come capitano di una nave, ma durante la traversata deve affrontare una prolungata bonaccia, cioè una calma piatta del mare che oltre che esasperante mette anche in pericolo di vita l’equipaggio già malconcio a causa delle sopraccitate febbri tropicali.

Il racconto, come si evince dalla dedica al figlio in partenza per la Prima Guerra Mondiale, parla in prima istanza del passaggio dalla giovinezza alla vita adulta, quella linea d’ombra che tutti prima o poi dobbiamo attraversare. La calma piatta, non solo quella del mare ma anche quella della vita che scorre monotona e senza intoppi, è per il giovane narratore insopportabile. L’attesa del cambio di vento è vissuta con grande disagio ed irrequietezza, ma quello che ci insegna questo racconto, scritto con la maestria usuale di Conrad, è che anche la noia, così come la pioggia, non può durare per sempre.
Vorrei rincuorare quei lettori che, come me, in “Cuore di Tenebra” erano stati messi a disagio dalla presenza dei “nativi” ridotti a comparse che fanno roteare gli occhi e pronunciano frasi in inglese rudimentale come se fosse una grande conquista: “La Linea D’Ombra” è pressoché priva di “nativi” (e sarebbe interessante discutere se questo vada a vantaggio o svantaggio di Conrad).

Quello che non muta, però, rispetto a “Cuore di Tenebra” è la sensazione di trovarsi in luoghi impervi, inospitali, dove sarebbe stato meglio che l’umanità (o forse l’uomo occidentale) non avesse messo piede. Il fascino per questi “avamposti di civiltà”, sembra superfluo dirlo, va di pari passo con la loro aria malsana, e Conrad ovviamente ne è consapevole.

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