mercoledì 22 giugno 2011

London Boulevard - William Monahan


Autore: Luca Ferrando

London Boulevard - William Monahan

Esordio alla regia per William Monahan, dopo aver lavorato come sceneggiatore per Ridley Scott in Nessuna Verità e Le crociate, e dopo aver vinto un Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con The Departed.London Boulevard è un film in cui Monahan, riallacciandosi alla teoria di Jameson, riassunta nella frase: “Il postmoderno cancella la storia”, si dimentica completamente del proprio stile individuale per un film che è pieno di rimandi, di citazioni e di, a volte, sbruffonerie gratuite, a metà strada tra Tarantino e i Coen, là dove il primo, usando le parole di Alberto Pezzotta, “organizza i propri lavori come collage e si auto legittima con la citazione”, mentre i secondi invece “non citano, ricostruiscono”. A partire proprio dalla colonna sonora, curata da Sergio Pizzorno dei Kasabian, che è piena di echi alle trame chitarristiche dei The Shadows e alla musica inglese dei sixties.Il film racconta la storia di Mitchell che, dopo tre anni di galera, cerca di rifarsi una vita lavorando come tuttofare per un’attrice che si è momentaneamente ritirata dalle scene. Ma il passato non sembra così facile da cancellare, e presto Mitchel si ritrova gli occhi addosso di Gant, un vecchio gangster, deciso ad ingaggiarlo nella sua squadra.Parlavamo di citazioni. Il film, che nasce da un romanzo noir di Ken Bruen, oltre a riprendere e a ribaltare la storia di Sunset Boulevard di Billy Wilder, anche qui c’è un’attrice che vive segregata in casa, questa volta però per scelta, in un’atmosfera surreale in compagnia di un “maggiordomo-attore” alienato che in passato “ho fatto un programma per bambini, poi mi sono fatto di metadone, e poi ho fatto il produttore”, interpretato dall’ottimo David Thewlis; riprende la storia del criminale in cerca di redenzione di Carlito’s Way, soprattutto nel finale, dove la clemenza si trasforma in condanna a morte.In questo continuo gioco di echi, dal cinema della British Renaissance ai gangster movie inglesi; a Lezioni dal Vero di Scorsese, quando Keira Knightely dipinge con in sottofondo Bob Dylan; a Kill Bill, vedi il viaggio vendicativo in Rolls Royce del protagonista, Mitchell, che porta avanti il lavoro di Colin Farrell in film come In Bruges o Sogni e delitti: un postmoderno Eastwood nel periodo Leone, poche parole, quasi sempre ad effetto, due espressioni, qui “con la cicatrice o senza la cicatrice”, e la pistola sempre pronta, ma mai troppo esibita. Il personaggio di Keira Knightley invece si perde in una rappresentazione fra il rovescio di Kate Moss e la femme fatale di un provino sbagliato di Barbara Stenwyck.Il senso del film sta nel verso di una poesia di Rilke, che Mitchell cita in una scena grottesca nel cimitero, “tutto l’orrore non è in fondo altro che l’inerme che ci chiede aiuto”, e Mitchell non è altro che un uomo immerso fino al collo in questo orrore, in una Londra che è bella solo nelle panoramiche da cartolina, ma che sotto pulsa di immigrati che o si sono inseriti male, o troppo bene; e neanche una fugace presenza angelica, nelle vesti dell’amica dell’attrice che gli propone il lavoro, dopo un dialogo, guarda caso sotto la cupola di Saint Paul, riesce a salvare.Non c’è salvezza per chi non ammette di essere quello che è. A meno che. A meno che non sei il solito protagonista tragico di un film. E allora questo London Boulevard, con il suo continuo giocare tra citazioni, tra schermi che cambiano formato, tra battute a volte un po’ troppo autoreferenziali, è perfetto nel ricordarti in ogni istante che è solo un film. Che gioca a fare lo spaccone alla Guy Ritchie, ma che gli riesce solo a tratti.

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