martedì 31 maggio 2011

'La morsa' di Arturo Cirillo e Sandro Lombardi

Già da diversi anni Sandro Lombardi collabora alla realizzazione di spettacoli teatrali concepiti per accompagnare le proposte estive del fiorentino Museo del Bargello: uno tra i maggiori protagonisti del teatro italiano incontra così altri grandi e quest’anno, in occasione della mostra L’acqua, la pietra, il fuoco: Bartolomeo Ammannati, scultore, si concretizza un meraviglioso sodalizio con Arturo Cirillo. Entrambi maestri nella loro individualità, elegante e dolce l’uno, nervoso e graffiante l’altro, i due mettono in scena La Morsa di Luigi Pirandello, in una lettura che recupera tanto le varie versioni teatrali, quanto la novella corrispondente, La Paura.
Avvolto dall’ultima, timida luce del giorno, residuo di tramonto, il cortile del Bargello appare in qualche modo magico, inquietante; poche, semplici sedute su tre lati, a creare un’atmosfera molto intima, e la scena (priva di quinte e fondale) di Dario Gessati al centro, così ben concepita da trovare collocazione naturale nell’imponente struttura del palazzo. Teche da museo di scienze naturali variamente disposte riempiono armonicamente lo spazio: al loro interno, bianchi pezzi di mobilio e oggetti della vita quotidiana diventano parte integrante dello studio forsennato che Pirandello (e gli interpreti con lui) opera sui personaggi. Vite, uomini studiati al microscopio, sezionati da pochi, chirurgici cambi luce. In posizione arretrata, una pedana con gradini ospita una vasca circolare da cui emerge un canneto, in un richiamo alla palude evidenziato anche da suoni (ora delicati, ora più violenti) di animali a scandire il ritmo della messa in scena, soprattutto nei momenti di maggior tensione. Forse versi di uccelli, forse il grido strozzato di esseri umani in gabbia.
L’acqua stagnante è protagonista della vicenda: l’acquitrino bonificato dallo zelante Andrea Fabbri invade il fisico e il corpo di chi vi abita, rappresenta la mediocre stasi in cui versano i vertici di uno dei tanti triangoli che il grande scrittore siciliano ha descritto. Argomento rischioso da rappresentare in quanto ormai inflazionato, la scoperta di un tradimento è, infatti, solo punto di partenza per una più ampia riflessione sull’uomo e sul teatro. La Morsa non fa semplicemente riferimento alla lenta e crudele tattica verbale con cui il marito tormenta la moglie e il di lei amante, ma soprattutto alla drammatica condizione psicologica in cui i tre si sono rinchiusi e fatti rinchiudere.
Ecco quindi l’Andrea Fabbri di Sandro Lombardi, sottile, incisivo, computo nell’elegante abbigliamento, carnefice nel logorare la moglie (e con lei, anche il pubblico) con movimenti contenuti e un eloquio lento, dal ritmo costante; emerge, però, nella parte conclusiva, tutta la fragilità del personaggio, la disperazione nell’affrontare un ruolo sì scelto, ma per il quale, evidentemente, si era sopravvalutato. Giulia è interpretata dalla brava Marta Richeldi, centrata nella resa di una donna tanto fragile e dolce con la quale entrare in empatia, quanto così debole e indecisa da destare rabbia. Ecco invece l’Antonio Serra di Arturo Cirillo, squallido fin dal vecchio completo scuro da anonimo impiegatuccio: leggermente curvo, dall’andamento nervoso, con voce impostata su toni acuti, l’amante cela dietro una falsa remissività la reale natura della propria indole, ovvero la codardia e la noncuranza nei confronti della donna. Gli stessi gesti nei suoi confronti (carezze, goffi accenni di baci e abbracci) sono infatti chiaro segnale di tutta la parzialità di quel presunto amore, piuttosto egoistica via di fuga da una quotidianità meschina e insopportabile. Alla fine, proprio egoismo e pochezza si celano dietro ai grandi occhiali che i tre protagonisti indossano durante tutta la messa in scena: maschera oltre la quale si nasconde, pur in forme diverse, un individualismo che li distrugge e li porta alla tragica conclusione con la morte di lei.
Molto interessanti le soluzioni che la regia di Cirillo mette in atto per uscire dalla spirale di pietismo in cui, spesso, i personaggi pirandelliani sono intrappolati tanto da risultare esasperati e fin troppo prevedibili. Il processo di immedesimazione, il pathos da cui la narrazione scenica è avvolta vengono spesso rotti dalla voce registrata di Lombardi, che riporta quelle didascalie tanto importanti nei testi pirandelliani. In ugual modo, i protagonisti si trovano più volte a spezzare le loro stesse battute con note relative a reazioni e movimenti: da rilevare come a tali indicazioni di regia non corrisponda quasi mai la loro reale messa in atto; l’attenzione è infatti rivolta piuttosto alla resa dello stato d’animo, esternato indipendentemente dal dettaglio della didascalia. Altro elemento straniante è l’umoristica interpretazione da parte dei due attori della domestica Anna, trovata che contribuisce a smorzare la palpabile tensione creatasi, come a ricordare che, tutto sommato, si tratta pur sempre finzione.
Lombardi e Cirillo offrono uno spettacolo dall’emozionante intelligenza, in cui la riflessione sul meccanismo teatrale si intreccia con quella sulle dinamiche umane; i protagonisti invadono con coscienza uno spazio magnifico, desueto, calando in modo perfettamente armonico la soffocante atmosfera che il dramma lascia trasudare. Il cortile del Museo del Bargello si è quindi trasformato in splendido, semplice palcoscenico per un sodalizio di estrema raffinatezza, di cui godere a pieno grazie a un incontro tra due straordinari artisti che ci auguriamo possa avere un seguito.
Recensione relativa alla replica di sabato 28 maggio 2011
Compagnia Sandro Lombardi
24 maggio/12 giugno 2011 Cortile del Museo del Bargello – Firenze
La morsa
Epilogo in un atto di Luigi Pirandello
Con
Arturo Cirillo
Sandro Lombardi
Marta Richeldi
Regia
Arturo Cirillo
Scene
Dario Gessati
Costumi
Giovanna Buzzi
Luci
Gianni Pollini
Suono
Antonio Lovato
Assistente alla regia
Fabrizio Sinisi

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