martedì 22 marzo 2011

Recensione di "DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI"


Autore: Silvia Cosentino

Dal 18 al 20 marzo al Teatro del Giglio di Lucca è andato in scena Dona Flor e i suoi due mariti, libero adattamento per il palcoscenico dell'omonimo romanzo di Jorge Amado. Debole sotto vari aspetti, lo spettacolo non riesce a restituire la forza dell'opera originale.
Pubblicato nel 1966, quello dello scrittore brasiliano è un capolavoro di gusto e ironia: la narrazione delle vicende di Dona Flor, "contesa" tra i fasti sessuali del defunto, fedifrago marito e la pacata vita con il secondo, moderato coniuge, spazia godibilmente dai gustosi riferimenti alla cucina tradizionale baiana alle irrefrenabili pulsioni vissute dalla protagonista, attraverso divertenti spaccati di pettegolezzi locali. Tra le provocazioni di Vadinho, che provvidenzialmente fa ritorno dall'Aldilà per elargire ampie dosi di corroborante sesso, e le dolci premure e sicurezze di Teodoro, Flor si arrenderà all'evidenza di un corpo che reclama il proprio spazio e sceglierà di concedersi a entrambi, nel raggiungimento di una soffisfazione altrimenti impossibile.
Di questa verve rimane ben poco nell'adattamento di Emanuela Giordano: la narrazione prevalentemente cronologica si svolge in uno spazio scandito da due schermi laterali e uno centrale (le immagini e i cambi luce vanno via via a identificare le varie ambientazioni), a cui corrispondono la zona delle comari a sinistra, dell'ensemble musicale a destra, della casa e della farmacia al centro. Pochi gli elementi scenici: le sedie delle tre amiche di Flor, del gruppo musicale, un lungo bancone un po' catafalco, un po' ripiano di cucina e il letto su cui si consumano i variegati amplessi.
Piacevole il simpatico trio femminile, alle prese con animate chiacchiere, commenti, riflessioni sulla sensibilità e i bisogni della donna: divertenti nella sincronia di movimenti, intercalari e preghiere, le donne concorrono a smorzare la monotonia di un andamento pesante, sebbene lo spettacolo non sia particolamente lungo. Nei panni di Flor, Caterina Murino è bella, gradevole, ma inadatta a sostenere un ruolo da protagonista a causa di una gestualità troppo spesso lasciata al caso e di un eloquio difficile da seguire. Efficaci le caratterizzazioni di Max Malatesta (Vadinho) e di Paolo Calabresi (Teodoro), nei noti opposti dello sciupafemmine e del timorato di Dio.
Su tutto, ciò che più rende lo spettacolo debole sta proprio nella rilettura, nell'insipida moderazione con cui i temi vengono affrontati: ogni aspetto è annaffiato, politicamente corretto, accennato; morte, amore, sessualità, bisogno di protezione sono risolti con una leggerezza che poco ha a che vedere con i pur ironici toni di Amado. Superficiale anche il ruolo della musica dal vivo, non tanto elemento scenico e narrativo, quanto semplice accompagnamento di cui facilmente ci si dimentica.
Inevitabile, quindi, dimenticarsi dello spettacolo in sé, blandi e comodi sorrisi di cui è possibile fare a meno senza troppi rimpianti.

Dona Flor e i suoi due mariti

liberamente tratto dal romanzo di Jorge Amado

Regia e drammaturgia Emanuela Giordano con Caterina Murino, Paolo Calabresi, Max Malatesta
e con Simonetta Cartia, Claudia Gusmano, Serena Mattace Raso, Laura Rovetti

Musiche originali eseguite dal vivo Bubbez Orchestra Coreografie Juan Diego Puerta

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