lunedì 14 febbraio 2011

Il Grinta - Fratelli Coen


Con Jeff Bridges, Hailee Steinfield, Matt Damon, Josh Brolin

Autore: Giacomo Lamborizio

A tredici anni da Il grande Lebowski tornano alla Berlinale i fratelli Coen e Jeff Bridges (sul red carpet ancora in look “Tronico”) con il western True Grit che, già uscito negli Stati Uniti e forte di dieci nomination ai prossimi Oscar, sarà nelle sale italiane fra una settimana con il titolo Il Grinta.

Il padre della giovane Mattie (Steinfield – mostruoso esordio) viene ucciso al saloon una notte d’inverno dal bandito Tom Chaney (Brolin). Dopo aver recuperato il cadavere, la quattordicenne decide di ingaggiare lo sceriffo federale Rooster Cogburn (Bridges) – descrittole come l’ultimo “true grit”, l’ultimo dei duri - per dare la caccia all’assassino. L’a dir poco recalcitrante Rooster accetta vinto dalla tigna della ragazzina che, da buona imprenditrice, riesce a sorvegliare il suo investimento unendosi alla caccia. Si forma così uno strano trio con il ranger Laboeuf (Damon), anche lui sulle tracce di Chaney e risoluto a riportarlo vivo in Texas. La pista nella prateria è lunga e difficile, la tenacia di Mattie e il genio maledetto del “Grinta” avranno pane per i loro denti.

I Coen, nella loro inesausta ed enciclopedica revisione del cinema classico hollywoodiano e del suo canone di generi, approdano finalmente al western (dopo le prove generali di Non è un paese per vecchi, western nell’Anima anche se non nel Tempo), santuario genetico della mitologia nazionale. E se di miti si parla allora eccoli misurarsi con il remake di uno degli ultimi film del mito per eccellenza del cinema americano, John Wayne. Il risultato è degno delle loro opere migliori. I segni di una modernità imminente sono relegati all’inizio e alla fine, in mezzo scenari sterminati e incontaminati. Un orizzonte senza fine in cui la regia getta i suoi personaggi tramite campi lunghissimi che, proprio perché cornice di molti momenti chiave, segnano l’ormai canonica distanza dei geniali fratelli dai loro eroi.

C’è un treno, e una ferrovia ancora da ultimare, nelle prime inquadrature del film, e il pensiero non può che andare a C’era una volta il West, il capolavoro “finale” dell’epopea western. È proprio lì che troviamo Il Grinta: al crepuscolo di un’America arcaica e anarchica, all’alba della nuova nazione che ha conquistato la frontiera - incarnata dal coraggio e dalla praticità di Mattie, novella Armonica assetata di vendetta. Ma è l’ultimo dei maverick, il duro Rooster, cane sciolto non ancora rassegnato a essere imbrigliato dalla legge borghese (o a essere “esorcizzato” nel circo di Buffalo Bill) colui che dovrà, nel più classico e allo stesso tempo più sardonicamente coeniano degli “arrivano i nostri”, portare in salvo questa nuova America, così uguale e così diversa da quella vecchia. È un Jeff Bridges enorme, farfugliante e imbolsito, iracondo e orgoglioso, beone e generoso, a incarnare in maniera magistrale questo eroe crepuscolare. La sua risposta al Grinta di Wayne merita istantanea canonizzazione nella prateria elisa degli eroi western, degna già dei personaggi “finali” di Leone e Peckinpah.

Per trasmettere al meglio il senso di questo film devo confessare una debolezza: il mio inglese non è sufficiente per godere al 100% dei dialoghi (e quindi dello humor, elemento fondamentale nei Coen) senza l’ausilio di sottotitoli, ma ciò non mi ha impedito di emozionarmi e commuovermi di fronte a un’opera d’arte come raramente mi capita. E allora penso, perdonatemi la facile retorica di cui decisamente mi vergogno, che alla domanda che cos’è il cinema, oggi risponderei: “i fratelli Coen”.

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