venerdì 14 gennaio 2011

Una vita tranquilla - Claudio Cupellini


Autore: Leonardo Margaglio
Collaboratore di paperstreet.it

Rosario (Toni Servillo) è un emigrato italiano che vive da molti anni in Germania, è anche titolare di un ristorante, vive una sua vita tranquilla fino a quando un giorno con l’arrivo di due ragazzi napoletani, Diego (Marco D’amore) e Edoardo (Francesco Di Leva), si ritroverà di fronte il suo oscuro passato.

Classica trama noir per un film che ha tutta la sua forza nella grande interpretazione del protagonista: Toni Servillo, premiato per la migliore interpretazione con il Marc’Aurelio d’oro nell’ultima edizione del Festival del cinema di Roma. Ormai sembra quasi un luogo comune sottolineare le sue straordinarie prove d’attore, in realtà in ogni film si rimane stupefatti dalle incredibili doti recitative e mimetiche dell’attore napoletano, nato artisticamente in teatro, ma che con il passare degli anni, in particolare grazie alla collaborazione con Paolo Sorrentino (L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, Il Divo), è diventato oggi uno dei cardini dell’attuale cinematografia nostrana. Proprio il cinema italiano nella sua storia ha avuto una grande tradizione attoriale, inutile citare i grandi del nostro schermo, oggi ci troviamo dinanzi ad una figura che innova quella tradizione gloriosa, nello stile e nel coraggio delle scelte.

Oltre a quest’aspetto principale, va considerata anche una discreta regia di Claudio Cupellini (Lezioni di Cioccolato), il quale con un taglio classico ed elegante, riesce a dirigere il film con un tocco adatto alla narrazione di un personaggio, Rosario, che racconta sé stesso soprattutto attraverso i suoi sguardi e i suoi silenzi. Bisogna ricordare poi i due i giovani coprotagonisti Marco D’Amore e Francesco di Leva, talenti anche loro provenienti dalla scuola del teatro napoletano, i quali in maniera molto “fisica” riescono a caratterizzare efficacemente i loro rispettivi ruoli. Insomma questa pellicola si è rivelata una positiva sorpresa, una dimostrazione di come i film cosiddetti “di genere” (anche se con uno sfondo sociale importante) non siano prodotti di minore importanza ma anzi diventino anche occasioni di formazione professionale e artistica per giovani attori e registi.

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