mercoledì 15 dicembre 2010

"L'immaginario malato" di Gabriele Lavia


Autore: Silvia Cosentino

Dopo i successi de L'Avaro, ecco un'altra incursione nel teatro di Molière per Gabriele Lavia. Con Il Malato immaginario, o Immaginario malato come preferisce definirlo, il regista e attore tradisce l'opera per meglio rappresentarla: astrae nel tempo, riduce e inserisce, ricompone i personaggi in una forma nuova ed efficace.

Pigiama, vestaglia, piedi scalzi e berretto perennemente in testa (ordine tassativo dei medici), Argante è come imprigionato su un palco nudo: pavimento dai motivi geometrici con una pedana in discesa per tutta la lunghezza del proscenio e quinte nere a delimitare uno spazio claustrofobico. Un semplice letto, dove rintanarsi nei momenti di maggiore autocommiserazione, specchi alti e lunghi a celare gli inganni di cui si rende vittima; sullo sfondo si trova la camera da bagno, luogo frequente di fuga durante i fulminanti spasmi intestinali che via via interrompono il ritmo di azioni e dissertazioni del protagonista.

Su tutti, il luogo catartico è la scrivania posta in primo piano sulla destra della scena: qui Argante registra con un magnetofono gli imponenti termini dei referti medici e le ridicole descrizioni delle tante purghe. Registra e ascolta, ascolta e registra ancora, monito di malattia imperante. Come se non bastasse, il ritmo del lungo (quasi tre ore) spettacolo è cadenzato e incupito da brani provenienti dallo stesso strumento: la profonda voce di Lavia recupera Malone Muore di Samuel Beckett, il tapino personaggio che aspetta di morire, di finire, per dirla alla maniera del drammaturgo irlandese; parla del non sense della vita, a braccetto con il non sense della morte.

Argante si lamenta, agonizza, chiede aiuto a gran voce, agita una campanella a cui è stato provvidenzialmente tolto il batacchio, inveisce con tutti gli aggettivi di cui è in possesso contro la serva Tonietta (l'energica Barbara Begala), vero angelo custode malgrado l'esasperazione e l'unica ad amarlo davvero insieme alla di lui primogenita Angelica. Adolescente-bambina ribelle dal look punk con tanto di tutù, è interpretata da Lucia Lavia (figlia dello stesso attore e di Monica Guerritore), con tutta quell'incisività e consapevolezza di chi il teatro lo ha respirato a grandi boccate fin dagli albori. Angelica condivide con l'innamorato Cleante (l'irresistibile e dinoccolato Andrea Macaluso) il linguaggio del rap, il gesticolare forsennato, un romanticismo personalissimo ed esclusivo che solo i due sanno decodificare. E ancora, Argante venera la seconda moglie Belinda (la bella e brava Giulia Galiani), algida nelle sue provocanti mise da entraineuse, così come si prostra di fronte allo stuolo di medici-ciarlatani: pingui becchini dal latinorum millantatore manzoniano, che tanto richiamano i dottori al capezzale di Pinocchio. Maschere grottesche dalle movenze di avvoltoi, tra cui spicca il deprimente Tommaso Diarreus (Michele De Maria), promesso sposo di Angelica, impegnato in tirate tanto buffe quanto esasperanti.

In un andamento che a tratti soffre di eccessiva lunghezza, Lavia fa ridere e commuovere con sapienza, sciogliendo la vicenda come Molière aveva pensato: l'escamotage dell'inganno nell'inganno e del travestimento è rivelatore di chi davvero ha a cuore il bene di Argante. Tutto sembra andare in forma, ma siamo destinati a restare con l'amaro in bocca: il finale della messinscena propone un protagonista curvo, invecchiato insieme alla presunta malattia, ossessionato dal magnetofono in una straziante coazione a ripetere. Ancora si dispera, ancora chiama a gran voce, agitando quella campanella che proprio non vuole saperne di suonare. Le quinte crollano, lasciando il palco nudo, vuoto in tutta la sua desolazione.

Spettacolo visto al Teatro Verdi di Pisa, sabato 11 dicembre 2010
IL MALATO IMMAGINARIO
di Molière
Traduzione di Chiara De Marchi
Regia di Gabriele Lavia
Con Gabriele Lavia, Giulia Galiani, Lucia Lavia, Gianni De Lellis, Andrea Macaluso, Pietro Biondi, Michele De Maria, Mauro Mandolini, Vittorio Vannutelli, Giorgio Crisafi, Barbara Begala.
Costumi di Andrea Viotti.
Scene di Alessandro Camera.
Luci di Simone De Angeli.
Musiche originali di Giordano Corapi.

FOTO PER GENTILE CONCESSIONE DEL TEATRO VERDI DI PISA

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