domenica 3 ottobre 2010

Inception - Christopher Nolan

Autore: Giacomo Lamborizio
Vice-direttore di paperstreet.it

Tuttavia è da lungo tempo che ho nel mio spirito una certa opinione, secondo la quale vi è un Dio che può tutto, e da cui io sono stato creato e prodotto così come sono. Ora, chi può assicurarmi che questo Dio non abbia fatto in modo che non vi sia niuna terra, niun cielo, niun corpo esteso, niuna figura, niuna grandezza, niun luogo, e che, tuttavia, io senta tutte queste cose, e tutto ciò mi sembri esistere non diversamente da come lo vedo?
(Cartesio, Meditazioni metafisiche, 1641)


Un uomo è steso sul bagnasciuga, semisvenuto, le onde gli si infrangono addosso. Come Ulisse sembra sia stato restituito alla terra direttamente dalla spuma del mare. Qualcuno lì vicino lo conosce e lo sta aspettando. Come in un sogno, siamo bombardati da immagini, da segmenti di narrazione autonomi, sicchè per un buon quarto d'ora ci chiediamo come siamo arrivati qui, come sono arrivati lì. Finalmente il film si placa e lo spettatore riconosce i suoi totem, filo d'Arianna nel labirinto di Nolan è Dom Cobb (Di Caprio), viaggiatore onirico, uomo capace di inserirsi nei sogni delle altre persone, costruire trappole mentali dove le idee sono cose e in quanto tali si possono estrarre: «Qual'è il parassita più resistente? Un'idea. Una singola idea della mente umana può costruire città. Un'idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le idee. Ed è per questo che devo rubarla». Un industriale (Watanabe) lo assolda per fare il contrario: inserire nella mente di un concorrente l'idea che lo potrà avvantaggiare. Dom mette assieme un squadra e allestisce il più complesso e profondo dei sogni, un'impresa (forse) mai tentata prima.

Christopher Nolan scrive e dirige un'opera di incredibile complessità, giocando a incastri su più livelli tematici e lasciando il pubblico perso come una cavia in un labirinto, anche grazie a una scenografia e a una costruzione delle inquadrature debitrici di Escher. Al livello più superficiale troviamo un action movie teso e coinvolgente, sostenuto da effetti speciali stupefacenti (la sequenza in cui Parigi si ripiega su se stessa è da antologia) e dalle intepretazioni di un gruppo di attori in grande forma. Su tutti Leonardo Di Caprio, ormai legittimamente incoronabile come il più grande della sua generazione: nel 2010 è già stato gigantesco in Shutter Island, un film e un ruolo (l'ambiguità del reale, la presenza di traumi passati non risolti nella psiche del protagonista) che hanno molto in comune con Inception ma Leo è riuscito a reinventarsi costruendo un personaggio completamente diverso, questa volta neuromante freddo e consapevole nonostante i suoi fantasmi.

Scendendo più in profondità, come gli estrattori che allestiscono sogni nel sogno per arrivare al subconscio della vittima, ecco la costruzione metacinematografica. Inception come il sogno del cinema su se stesso. Cos'altro sono i cinque più uno del team di Cobb se non una perfetta troupe, con regista, attore, scenografo, fotografo, addetto agli effetti speciali più lo spettatore-padrone che il regista deve salvare per salvare se stesso? Cosa sono i vari sogni in cui viaggiano i protagonisti se non semplicemente dei film (il primo quarto d'ora è sconnesso come una seduta di zapping feroce in salotto), cioè puro cinema? La sequenza in cui l'architetto Ellen Page cammina per Parigi costruendola ad ogni passo è quindi meraviglioso omaggio al fascino divino della creazione artistica.

Al terzo piano dell'ascensore troviamo l'indagine sulla natura della rappresentazione. Un orizzonte tematico che prima e dopo Matrix ben si presta ai mezzi del cinema ma che resta spesso affissione posticcia di teoria ed esibizione gratuita di intelligenza (o meglio di furbizia). Nolan in un film dove ci aspetteremmo tanta psicologia attinge invece a piene mani all'estetica e al posto di Freud troviamo il Cartesio delle Meditazioni metafisiche. Il dubbio iperbolico secentesco sull'ambiguità sogno/veglia è il cuore della trama; la moglie morta (o no?) Marion Cotillard è il genio maligno (“non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria a ingannarmi”) che trascina il protagonista sempre più a fondo nell'abisso indistinto dell'immaginazione; l'atto di fede è il mezzo continuamente evocato per uscire dall'ambiguità e tornare alla realtà chiara e distinta (o no?). Ma se Cartesio trovava nell'autocoscienza del soggetto e in Dio la via d'uscita così non possiamo davvero dire per Dom Cobb che viene molto dopo la morte di Dio e del soggetto. Somnio ergo Sum.


E pertanto, dal fatto stesso che io conosco con certezza di esistere, e, tuttavia, osservo che nessun'altra cosa appartiene necessariamente alla mia natura o alla mia assenza, tranne l'essere una cosa pensante, concludo benissimo che la mia essenza consiste in ciò solo, ch'io sono una cosa pensante, o una sostanza, in cui tutta l'essenza o la natura è soltanto di pensare.
(Cartesio, op. cit.)

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