giovedì 21 ottobre 2010

Cantando sotto la pioggia

(Singin’ in the rain) 1952
Di Stanley Donen e Gene Kelley

Autore: Roberta Montella

Nell’immaginario collettivo basta alludere ad un impermeabile giallo e un ombrello sopra la spalla per far tornare alla mente uno dei musical più famosi di tutti i tempi. Nato dalla collaborazione e direzione dei due stessi attori protagonisti (Gene Kelly e Stanley Donen) Cantando sotto la pioggia vanta una straordinaria spettacolarità visiva e sonora, quasi al limite della realtà rappresentata. Durante gli anni ’50 si delinea, infatti, una particolare tendenza a combinare l’elemento spettacolare con quello che esige una riflessione sulla doppia natura del rapporto tra finzione e realtà. Accade principalmente nel musical e, in questo caso, sembra voler indicare soltanto la pluri-finzionalità del genere, senza una corrispondenza vera e propria con la realtà.
Il film narra la vicende di Don Lockwood, star del cinema muto, e della sua inseparabile compagna di set e di successo Lina Lamont. I due, insieme al produttore e al regista, intendono imbarcarsi in un nuovo progetto che riguarda la realizzazione di un film parlato. Ormai è giunta l’era del cinema sonoro e ciò comporta numerose aspettative e qualche ostacolo. Primo fra tutti: la voce orribile di Lina Lamont. Se l’attrice reciterà nel film, l’atteso capolavoro si trasformerà in un disastro. Ad accorrere in aiuto del cast sarà la giovane cantante Kathy Selden, che doppierà le battute della Lamont ed attirerà su di sé gli sguardi di Lockwood.
Proprio in riferimento all’epoca in cui è ambientato (fine anni ’20), l’intero musical si propone come un testo meta linguistico, che parla di cinema attraverso il cinema, svelando i trucchi e le dinamiche che stanno dietro la macchina da presa. La finzione fa parte di ogni inquadratura, nel film si esagera oltre ogni immaginazione: la funzione dell’intrattenimento si alterna agli spunti di riflessione posti proprio sull’immagine e sul mezzo cinematografico. L’esplosione di colori sgargianti, le scenografie mozzafiato e le luci a dir poco abbaglianti proiettano il pubblico in un mondo favoloso, all’interno del simulacro Hollywoodiano per eccellenza, dove il soggetto assume un ruolo attivo e performativo. Il noir e il woman’s film configuravano un soggetto scisso, alla ricerca del sé e della sua identità. Nel musical non esiste, invece, rapporto e interscambio fra l’io interiore e l’esterno, tra conscio e inconscio ma il soggetto definisce se stesso attraverso i gesti, le azioni, gli atti performanti del suo repertorio. Così dà vita a personaggi che cantano, danzano e corrono a perdifiato in un vortice di sequenze che autocelebrano la loro stessa immagine.
Il cinema, nel 1952, è costretto a stare al passo con un altro importante mezzo di comunicazione ed intrattenimento, da poco nato e subito diffuso con enorme consenso: la televisione. Il mezzo cinematografico,quindi, attraverso il musical, sua espressione più rappresentativa, mira alla costruzione di un meccanismo narrativo che unisce la classicità del racconto con la contemporanea esaltazione dello spettacolo. Durante il film ci sono continui tentativi di voler legittimare il cinema, soprattutto il genere del musical. Le stesse canzoni, perfino la rinomata Singin’ in the rain, fanno parte di altri musical MGM precedenti. Questi elementi rappresentano espliciti riferimenti alla storia gloriosa di un passato pronto a riproporre se stesso nelle infinite possibili versioni della finzione hollywoodiana.

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