martedì 7 settembre 2010

The ditch - Il fosso - Wang Bing

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Autore: Giovanni Pesce
Redattore di paperstreet.it

Certi film sono realizzati con lo scopo di provocare un colpo allo stomaco dello spettatore. È palese che le pellicole in questione trattino temi delicati, denuncie e tentino di filmare il non mostrabile. Una sorta di cinema–verità.

L’ultima opera di Bing ne è un esempio. The ditch, presentato in concorso alla mostra, narra le vicende di alcuni prigionieri cinesi negli anni’60, avversari del regime ed esponenti della destra costretti a lavorare nel deserto del Gobi con lo scopo di essere “rieducati”.
Si assiste ai soprusi, alle umiliazioni di questi prigionieri, trattati come bestie e spinti dalla fame a cibarsi di cadaveri, di topi, ad ingurgitare il cibo vomitato da altri.

Purtroppo il regista non è riuscito nel suo intento: questo film non smuove le coscienze. Tutt’altro, lo spettatore è dominato dalla noia provocata dai silenzi forzati, dalla recitazione che spesso sfiora il patetismo, da interminabili piani sequenza con la telecamera fissa su un punto.

Non è facile dirigere un film drammatico, soprattutto se tratto da una storia vera. Probabilmente il regista ha cercato di evitare i clichè del genere, di abusare di soluzioni adottate da altri o scontate ma facendo tutto questo ha dimenticato una componente fondamentale: considerare, almeno in minima parte, le esigenze dello spettatore.

Un errore in buonafede, certo, non risparmiato però dalla platea, in gran parte fuggita durante la proiezione.

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