venerdì 3 settembre 2010

Black Swan – Darren Aronofsky

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Autore: Giacomo Lamborizio
Vice-direttore di paperstreet.it

A due anni dal trionfo di The Wrestler la Mostra omaggia Aronofski dedicando al suo Black Swan, in concorso, la serata di apertura.

Natalie Portman è Nina, la stella nascente del balletto di New York a cui viene affidato il ruolo di protagonista nel Lago dei Cigni: per la prima volta dovrà interpretare anche il ruolo dell'antagonista, il Cigno Nero. La sfida di riuscire a esprimere la carica passionale del ruolo minerà la fragile psiche di Nina.

Arte e morte si intrecciano in questo thriller psicologico che mette in scena i tormenti di un'anima repressa e scissa tra le opposte polarità della madre possessiva e del coreografo (Cassel) seducente e deciso a tirare fuori passione da quella “bambinetta frigida”. Aronofski gioca sulle opposizioni nette (dalla trama alla fotografia tutto è Bianco e Nero, Luce e Ombra, Purezza e Marciume) risignificandole ad ogni taglio di montaggio in un continuo piroettare sulle punte in cui si perde Nina: la donna di tecnica, fatica e sudore messa a confronto con gli uomini di natura (il coreografo; la ballerina ribelle e sexy di Mila Kunis; la vecchia vedette con una carriera alle spalle costruita sul pathos del gesto). Al centro di questa dicotomia c'è un distorto e malato rapporto con il corpo della protagonista che inseguendo la passionalità del ruolo del Cigno Nero finirà con il mancare l'equilibrio e sprofondare nella psicosi.

Ossessione per il corpo, tipico delle ballerine, che è anche una delle più evidenti cifre stilistiche del regista americano che ama indugiare sui dettagli del disfacimento fisico dei suoi protagonisti: le estremità sanguinanti della Portman come il braccio di Jared Leto in Requiem for a Dream o ancora meglio la carne macellata del lottatore di Mickey Rourke. A questo gioco si presta meravigliosamente una Natalie Portman mai così brava di fronte ad un ruolo durissimo (lei stessa ha danzato in tutte le sequenze del balletto).

Il film non ha entusiasmato il pubblico di Venezia, forse troppo cupo e barocco nella messa in scena, dominato da una colonna sonora ossessiva, intriso di una immaginazione malata (quella di Nina) che disorienta lo spettatore. Resta una conferma della grande tecnica di Aronofski.

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