sabato 31 luglio 2010

Toy Story 3 - Lee Unkrich

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Autore: Giacomo Lamborizio
Vice direttore esecutivo di paperstreet.it
La Pixar ha deciso per questa stagione di proporre nelle sale di tutto il mondo il ritorno di Toy Story. A quindici anni da quel folgorante esordio digitale al fianco della Disney la casa di Emeryville, dopo un primo sequel nel '99 ricordato come il più debole titolo della sua filmografia, ripresenta in grande stile Woody, Buzz e tutta l'eterogenea compagnia di giocattoli.

Andy è ormai cresciuto e i suoi ultimi giochi languiscono dimenticati in una cassapanca sognando di poter essere usati ancora una volta. Ma il ragazzo è in partenza per il college e loro, dopo esser stati salvati da Woody dal camion della spazzatura, finiscono regalati all'asilo Sunnyside. Lì sono accolti dall'orso di peluche Lotso che gli mostra come si trovino di fronte alla realizzazione del loro ideale: finalmente torneranno a giocare. Ma Woody non ha intenzione di rinunciare al “suo” bambino mentre l'asilo non tarda a mostrare il vero volto: i vecchi giocattoli lo gestiscono con piglio autoritario lasciando gli altri in pasto alla furia degli infanti. I nuovi arrivati dovranno fare del loro meglio per tornare a casa prima della partenza di Andy con una fuga spettacolare e disperata.

La Pixar ancora una volta non delude e presenta la sua pellicola più cupa, in cui il titolo scelto per l'edizione italiana, La grande fuga, rivela in maniera fin troppo palese molti dei punti di riferimento culturali e cinematografici del film. L'asilo in cui finiscono imprigionati i giocattoli di Andy non è però metafora del lager (come l'allevamento di quel piccolo capolavoro forse dimenticato che è Galline in fuga) quanto di una più moderna società totalitaria dal volto umano fondata sull'illusione del benessere. L'orsacchiotto Lotso, il Caro Leader del Sunnyside, è il primo vero supercattivo Pixar: autentica anima nera, personificazione del male profumata alla fragola per coprire forse la puzza di zolfo. I risvolti quasi horror (già presenti con il bambino dei vicini nel primo episodio) sono ancora più forti e la corsa a perdifiato verso casa pare davvero interrompersi di fronte alla morte, accettata come inevitabile prima del classico “arrivano i nostri” e del commovente finale.

Toy Story 3 viene così a costituire con Up un ideale dittico sul tempo. Entrambi i film hanno al centro la difficoltà dei protagonisti di confrontarsi con l'inesorabile passare degli anni. Come il vecchietto rinchiuso in una casa-tempio alla memoria di una felicità perduta così i giocattoli vecchi e impolverati, ormai pronti per la soffitta, sognano un ritorno impossibile dei tempi in cui erano “giocati”. Anche qui assistiamo a un passaggio del testimone, lo stabilimento di un contatto tra generazioni all'insegna della necessità di assaporare sempre la bellezza e la semplicità delle piccole cose, quelle che rendono una vita degna di essere vissuta: il tema fondamentale di tutta la produzione Pixar.

Sotto il profilo della tecnica e del linguaggio filmico questo film segna comunque un rallentamento dell'inesausta ricerca di Lasseter e compagnia dopo tre opere rivoluzionarie come Ratatouille,Wall-E e Up, capolavori rispetto ai quali nel complesso questo Toy Story resta un gradino sotto. La principale novità, l'introduzione del 3D, appare davvero limitata e povera di significato, nient'altro che una concessione al marketing. Appuntamento rimandato per vedere spinte all'estremo le potenzialità di questa tecnologia, impresa certamente alla portata dei geniali californiani.

Toy Story rappresenta comunque un'ulteriore, ennesima, conferma: non c'è in questo momento qualcun'altro che faccia cinema con una tale continuità a simili, altissimi, livelli. Quindici anni, undici lungometraggi, quasi solo capolavori per questa “autorialità collettiva”, già omaggiata l'anno scorso dal Leone alla Carriera della Biennale di Venezia, che ci regala ogni anno davvero un viaggio nel cinema del terzo millennio, con buona pace di Avatar.

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