domenica 14 marzo 2010

Shutter Island

di Martin Scorsese

Fin dai primi fotogrammi lo spettatore viene scaraventato in un ambiente livido e plumbeo popolato da figure enigmatiche e da incubi terribili.

Articolo proveniente dal nostro sito partner Paperstreet.it
Autore: Lucio Laugelli

Siamo nel 1954 a Shutter Island. Due agenti federali vengono inviati in un istituto mentale di massima sicurezza (dove vengono rinchiusi i più pericolosi assassini psicopatici del paese) per indagare sulla scomparsa di un’infanticida che si è come evaporata nel nulla.
Come sempre preferirei evitare di raccontare troppa trama per soffermarmi di più su altri aspetti. La scenografia del film, curata dal celebre Dante Ferretti, è fredda e rigida, la colonna sonora (invasiva, ossessionante, paranoica) trova spazio perfettamente nei 148 minuti. Il cast è brillante: Leonardo DiCaprio (ormai in coppia fissa con Scorsese) non sbaglia un film ed angoscia lo spettatore con la sua prova sopraffina. Mark Ruffalo e Ben Kingsley fanno la loro parte in modo misurato, per nulla eccentrico, come poteva capitare (soprattutto a Kingsley: che aveva una parte piuttosto stereotipata). Infine un’algida e spettrale Michelle Williams (ex signora Ledger) chiude una cerchia di attori in forma.
Lo ammetto, sono di parte: amo Martin Scorsese incondizionatamente e tutta la sua filmografia mi affascina; ma davvero non riesco a comprendere chi non si fa stregare da questa imponente opera d’arte, da questa claustrofobica creazione del regista di Taxi driver che prende per il colletto lo spettatore scaraventandolo su un’isola fredda e inospitale dove nulla è come sembra e dove forse, ogni cosa, è il contrario di quello che appare.
L’occhio di Scorsese è spietato e rende paranoico chi segue le vicende di Shutter Island: la fase onirica (i sogni di DiCaprio) sono girati con maestria senza cadere nel già visto (al contrario del Peter Jackson di Amabili Resti - ultimo suo film, uscito il mese scorso - che è la saga del già visto quando affronta il tema dell’aldilà: un sacco di effetti costosissimi per un risultato, a volte, imbarazzante). Scorsese invece non sbaglia un’inquadratura, un colpo di scena e le vicende si snodano in maniera meccanica, adrenalinica spazzando via ogni certezza nel pubblico. Una parte della critica chiede di più al regista newyorkese. Non mi trova concorde.
Scale a chiocciola che salgono verso verità disarmanti. Scogliere a strapiombo sul mare. Il nazismo e l’olocausto che non riusciamo a cancellare. Incubi da cui è un sollievo fuggire. Un mare in tempesta che non si ferma mai. Shutter Island.

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