mercoledì 16 settembre 2009

Colpe di Stato

IL VOLTO POLITICO DEL MILANO FILM FESTIVAL
Quando i documentari svelano il patto col diavolo dei potenti

Autore: Sara Marmifero


Da sempre, nel turbinoso valzer di eventi che è il Milano Film Festival, documentari e tematiche socio-politiche hanno ricoperto, assieme ai cortometraggi, ruoli da etoile. Quest’anno però la presenza imponente di filmati dedicati all’attualità italiana e internazionale svela un progetto ben più ambizioso. Gli habitué del festival avranno certamente assistito nelle ultime edizioni ad un crescente affollarsi di iniziative e sezioni volte da un lato a raccontare i crimini commessi localmente e globalmente dai poteri forti della politica e dell’economia, dall’altro a promuovere nella vita di tutti i giorni pratiche sostenibili, adeguate a una società e a una cittadinanza in perenne evoluzione.
Ecco allora la location milanese dello Strehler e di parco Sempione dotarsi per l’occasione di distributori gratuiti di acqua della rete idrica pubblica. Il servizio, una new entry promossa da Amiacque, disseterà ogni sete grazie alla triplice erogazione di acqua refrigerata, naturale e frizzante.
Rinnovato per la seconda volta invece l’appuntamento con la sezione Piacere, Immigrato, in collaborazione con Naga. Un ciclo di proiezioni e tavole rotonde per discutere di un fenomeno, quello delle migrazioni e delle integrazioni, che non può non interessare Milano e i suoi abitanti da molto vicino. La vecchia metropoli lombarda si guarda allo specchio e come una signora matura, che ogni mattina conta quante rughe in più le solcano il viso, così Milano vede riflessa giorno dopo giorno un’immagine di sé che non riconosce, che la attrae e al contempo disgusta, spaventa. Deve insomma fare i conti con la sua nuova identità cosmopolita. La lente di ingrandimento puntata verso questa città diventa la cartina tornasole per confrontarsi sul tema della paura/fascinazione che la “diversità” suscita in molti luoghi in Italia e nel mondo.
Fiore all’occhiello del Milano Film Festival più “impegnato” resta comunque Colpe di Stato, l’ottima rassegna di documentari creata con l’ausilio della rivista Internazionale e giunta ormai al quinto anno di vita. Ogni film è un atto d’accusa nei confronti dei soprusi ovunque perpetrati nel mondo e pesa come un macigno sulla coscienza dello spettatore. Il potere di volta in volta analizzato nei filmati è un concetto proteiforme, refrattario a qualsivoglia fissità identificativa e indossa maschere sempre differenti: potere militare, governativo, economico...
Il documentario che ha inaugurato questa sezione si chiama Devil’s Bargain, diretto dalla canadese Shelley Saywell e presentato sabato 12. Attraverso interviste e frammenti di reportage, si tenta di ricostruire la complicata trama che i potenti hanno intessuto attorno alla “zona grigia”, come è stata battezzata la rete del traffico di armi che trasversalmente unisce ai quattro angoli del pianeta governi democratici e dittature spietate, contrabbandieri terzomondisti e industriali dai nomi pittoreschi. Il sogno del multiculturalismo che si avvera nell’istante stesso in cui diventa incubo.
Come in un agghiacciante romanzo di formazione, il vero protagonista è l’AK-47, il kalashnikov brevettato dai russi ed esportato in tutto il globo, del quale si ripercorre l’intera biografia dalla culla all’età adulta: dalle mani dei serbi e dei bosniaci della guerra jugoslava, l’AK, invece di essere distrutto in base a quanto stabilito con gli accordi di Dayton, finisce imbracciato dalle truppe governative e dai ribelli delle corti islamiche che si fronteggiano in una Somalia sventrata, che sopravvive ormai come entità puramente geografica. Il tutto grazie alla mediazione di un padrino d’eccezione, il “mercante di morte” Viktor Bout, che dagli anni 90 fino al giorno della sua recente cattura riesce, proprio nell’Africa del post guerra fredda sul cui scacchiere banchettano potenze democratiche ed ex sovietiche, ad edificare una fortuna.
L’AK-47 quando colpisce emette un sibilo che i somali hanno chiamato Yusuf. Yusuf è un nomignolo che dona familiarità a questo marchingegno mortale. Se qualcuno ferito finisce in ospedale e gli si chiede come si sia procurato la pallottola, il paziente senza esitare risponde: “è stato Yusuf, è sua la colpa”.

Paese/Country: Canada
Anno Produzione Film: 2008
Formato/Format: 35mm
Durata/Running Time: 58'
Produzione/Production: Bishari Film Production
Produttore/Producer : Deborah Palloway
Sceneggiatura/Screenplay: Shelley Saywell
Montaggio/Editing: Deborah Palloway
Fotografia/Cinematography: Michael Grippo
Sound Editor: Peter Sawade
Musica/Music: Kevin Staples
Distribuzione/Distribution: Film Transit International

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