martedì 26 maggio 2009

VINCERE- IL MELODRAMMA FUTURISTA DI BELLOCCHIO

Autore: Sara Marmifero

Si è compiuto il paradosso linguistico che i fan italiani speravano di evitare. Vincere, l’ultimo gioiello di Marco Bellocchio che narra della relazione tra Mussolini e Ida Dalser, torna perdente dalla kermesse di Cannes conclusasi domenica 24 maggio.
La roccaforte del film indipendente e d’autore, vetrina agognata dalle migliori firme della cinematografia mondiale, aveva puntato inizialmente su questo titolo come unico rappresentante italiano e alcune previsioni lo avevano persino dato tra i potenziali trionfatori del festival, ma poi la giuria ha preferito assegnare la Palma d’oro all’opera in bianco e nero “Il nastro bianco” dell’autriaco Michael Haneke, e così il film sul duce è rimasto a mani vuote.
I maligni non hanno mancato di sottolineare il solido rapporto professionale che lega Isabelle Huppert, la bellissima presidentessa della giuria, al vincitore, che in passato l’aveva diretta per La pianista. Considerazioni che lasciano il tempo che trovano, e infatti né Bellocchio né gli attori Giovanna Mezzogiorno (Ida Dalser) e Filippo Timi (il duce) si sono aggiudicati i riconoscimenti per regia e miglior interpretazione, assegnati rispettivamente al filippino Mendoza, a Christoph Waltz per il tarantiniano Iglourious Basterds e a Charlotte Gainsbourg per l’horror Antichrist: d’altronde, ormai da molte edizioni il festival d’oltralpe riserva al cinema italiano un trattamento altalenante, diviso tra plateali esclusioni e grandi apprezzamenti, non ultimi quelli dello scorso anno a Garrone e Sorrentino per Gomorra e Il divo, vere e proprie perle che fanno ben sperare per una futura rinascita del cinema d’impegno civile, fiore all’occhiello della tradizione filmica nazionale. Un trattamento che è specchio di una reale mancanza di omogeneità negli esiti cinematografici italiani: perennemente la critica diagnostica al nostro cinema uno stato comatoso, eppure sempre più spesso emergono guizzi di vitalità.
Al di là delle analisi post-premiazione, che sempre cercano di imputare furbizie e scorrettezze a un verdetto non condiviso, Vincere è stato, giustamente e in barba al giudizio festivaliero, molto apprezzato dalla critica. Bellocchio l’ha definito un “melodramma futurista”, poiché conserva da una parte la scansione in tre momenti tipicamente operistici (passione, disillusione e morte) e dall’altra un ritmo serrato e quasi marziale.
Le vicende partono dall'anno in cui il futuro dittatore conobbe la Dalser sino all'anno in cui il loro figlio viene rinchiuso in manicomio e ripercorre l'amore tormentato di Ida verso il giovane Mussolini, rivoluzionario e socialista, che prima se ne invaghisce e poi, diventato il duce, la ripudia, facendola internare perchè troppo invadente e preferendole Rachele, meno colta e bella ma più consona ad incarnare il prototipo della buona moglie e madre fascista.
La storia d’amore procede a balzi, seguendo un andamento antilineare che tende a privilegiare scene di struggente lirismo a episodi di potente brutalità visiva. La sceneggiatura che si legge in filigrana disegna una partitura drammatica fortemente antinarrativa, le cui ambizioni allegoriche e simboliche vengono alimentate in sede di montaggio attraverso l’inserzione di materiali di repertorio.
Alcune immagini risultano tanto nette e raggelanti da sembrare scolpite nella pietra: lo sguardo sbarrato e assetato di potere del Mussolini amante, la carica erotica che Timi sottilmente insinua nelle movenze prepotenti del Mussolini rivoluzionario, quello che sfidava Dio e la monarchia e che si cristallizzerà poi nelle pose grottescamente virili del duce, quello vero, rievocato dai filmati dell’Istituto Luce. Ida che ormai internata in manicomio si arrampica sulle sbarre della sua gabbia e getta alla neve lettere d’amore che mai nessuno aprirà o Ida che si commuove guardando Il monello di Chaplin, lei che da suo figlio è stata brutalmente separata.
Ida è una donna che non vuole arrendersi a essere l’amante dell’uomo che ha sposato. Emblematica la scena in cui sotto il balcone del duce che oramai l’ha abbandonata ella gli grida tutto il suo disprezzo, mentre alle sue spalle lo spettatore intravede i manifesti del regime su cui campeggia la scritta “Tacete”. Più avanti, lo psichiatra che ha in cura Ida cerca di consigliare ad Ida una comportamento meno idealista e più conveniente: “Non è il tempo di gridare la verità. È il tempo di tacere, di recitare una parte”. Ma la Ida che Bellocchio ci consegna è un’eroina moderna, e non può piegarsi all’obbedienza complice che il fascismo le impone in cambio dell’esistenza.
I cartelli finali, nei quali si indicano le morti impietose di Ida, del figlio Benito Albino e dello stesso duce, seguono ironicamente il titolo Vincere, che subito assume un sapore amaro, da epigramma tombale. Nessuno dei protagonisti di questa storia italiana poteva davvero Vincere.

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