lunedì 20 aprile 2009

Le invasioni barbariche

Autore: Sara Marmifero

Un corridoio stretto e buio, nel magazzino di una chiesa: un marasma di oggetti in disuso, un tempo utilizzati dai preti nelle messe domenicali o durante le processioni. Calici asciutti, statue di santi trucidate da una lenta corrosione, madonnine di ceramica dalle dita scrostate, che giacciono scomposte contro il muro, come vecchie dive del cinema.
La giovane davanti alla quale si apre questo patetico scenario, che per mestiere fa la venditrice d’aste, deve ricercare, in mezzo a quelle meraviglie in decadenza, quel che ancora può valere qualcosa sul mercato. Infine, ecco la sentenza: “Mi dispiace, non ce ne facciamo nulla”. L’immagine è senza dubbio la più emblematica del film Le invasioni barbariche, ultima fatica firmata Denis Arcand, con la quale il regista canadese torna ad occuparsi del rapporto tra individuo e società, già indagato nel suo più famoso Il declino dell’impero americano; vi si racchiude il senso di ciò che per Arcand è definibile come“storia”. Da una parte la morte, la perdita di qualcosa, simboleggiati da quelle statue accatastate nel magazzino; dall’altra la vita, la rinascita, simboleggiate dalla venditrice, giovane e perfettamente inserita nella nuova era.
La schiera di madonne tristi e di calici sghembi, scartata dalla spietata legge del mercato, documenta il nostro passato, segnato da una cultura popolare e impregnata di religiosità. L’autore sembra chiedersi tra le righe: può la storia rinnegare se stessa?
La risposta si cela dietro la vicenda di un malato terminale, Remy, che affronta le sue ultime settimane di vita, in bilico tra i fantasmi di un passato che non vorrebbe mai lasciare e la consapevolezza di quanto tutto ciò sia già morto: “tu non hai paura di lasciare la tua vita. Tu hai paura di lasciare la tua vita passata, ma quella è già morta, e neanche te ne accorgi!”, gli dice la dolce eroinomane che se ne prende cura. Già, perché nella storia dell’umanità e così in quella, ben più breve, di ogni uomo, è prevista una sola direzione: la progressione. Il corso della storia, e quello della vita umana, è una continua perdita di qualcosa che si è vissuto, una continua sconfitta, una continua lacerazione. Allegoricamente parlando, un eterno morire. Ma, come ci insegna l’esperienza, è anche rinascita, poiché laddove vi è morte di qualcosa, allora c’è anche contaminazione, e quindi vita.
Il titolo del film in questo senso non è certo casuale. Sullo sfondo della vicenda personale, Arcand sapientemente tratteggia lo scenario dell’attacco terroristico al World Trade Center, battezzato nel corso del film come le nuove invasioni barbariche. Tra questi due avvenimenti apparentemente così distanti, l’uno pubblico, l’altro intimo e privato, figura, tuttavia, un denominatore comune: il tema della morte e della vita che continua incessante. Della storia, dunque.
Il vecchio, attorniato dagli amici, assiste con commossa partecipazione alla fine di se stesso e cerca dei segnali, tra quei volti, che gli ricordino il suo “io” perduto.
Ugualmente, la cosiddetta cultura occidentale, con i suoi miti, con i suoi ferrei e inattaccabili dogmi, paralizzata dalla paura del diverso, è incapace di reagire all’avvento sulla scena internazionale di nuove ideologie e forze che, per quanto violente ed inaccettabili, sono necessarie al rinnovamento della storia. In fondo, sembra volerci convincere il film, regimi consolidati ed egemoni sono sempre stati costretti, prima o poi, a fronteggiare l’arrivo di nuovi barbari: chi ha accettato la contaminazione, ha imparato a vivere sotto forme diverse e non per forza peggiori. Chi ha deciso di non piegarsi al compromesso, è perito in battaglia.
Il vecchio in procinto di morire, relegato in un letto d’ospedale, cerca di risalire il lento fiume della propria esistenza; un matrimonio adulterino, un rapporto amorfo e conflittuale con il figlio, una carriera in fondo piuttosto banale, l’amore smisurato per le donne, l’adesione di volta in volta alle ideologie rivoluzionarie di tendenza. Il tutto senza riuscire a rintracciare, in mezzo al gran pandemonio che può essere una vita intera, il vero e sincero Se stesso.
Ma allora a cosa è servito essere stati felici, disperati, comunisti, minimalisti, ingrassati o dimagriti, se il ricordo non lo aiuta a dare un senso e un’identità a ciò che in definitiva ora è e che, per tutta la vita, invariabilmente è stato? A cosa serve, insomma, ricordare?
Forse, il finale può fornirci una risposta.
E’ soltanto guardando in faccia i suoi fantasmi uno per uno, rivivendo le tappe salienti della sua vita attraverso il ricordo, che il vecchio e saggio professore può, finalmente, morire di una morte lieta, con un sorriso sulle labbra. E’ come se Remy avesse raccolto, in ogni tappa di questo viaggio a ritroso nel tempo, quel che ancora non doveva morire con lui per rinascere sotto altre forme: l’amore per il figlio e per la figlia, ad esempio.
La persona che volta le spalle al magazzino gonfio di vecchie cianfrusaglie non è la giovane venditrice, bensì proprio lui, il vecchio professore. Egli volta le spalle alla vita.
Il film descrive un mondo che è sempre stato violenza e morte. Morte di un uomo, come può essere il protagonista di questa storia, o crisi violenta di un’epoca, come può essere l’11 settembre per la civiltà occidentale; ma è anche un mondo dove si lascia sempre un po’ di vita dietro di sé, come una scia fatata. Poco prima di spirare, giunge al vecchio un messaggio della figlia: “Sai papà, non so come tu abbia fatto, ma sei riuscito a trasmettermi tutta la tua voglia di vivere”.
Ecco la scia fatata lasciata dall’anziano professore.

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