sabato 16 maggio 2009

La fiction che vogliamo

Autore: Sara Marmifero

La fiction italiana? “E’ brutta, non la farei mai.”
Lo afferma, intervistata al Festival di Tavolara, Valeria Golino, una delle più brave attrici del panorama cinematografico nostrano, facendosi interprete del pensiero di molti professionisti del cinema. Fin dalla sua comparsa sul piccolo schermo, ennesimo format d’importazione statunitense, il film per la tv ha suscitato le antipatie di coloro che lo eleggono emblema dell’odierna epoca televisiva, in tutta la sua diagnosticata decadenza culturale. Tuttavia, un’analisi meno superficiale, senza preconcetti, non dovrebbe fare di tutta l’erba un fascio: la fiction è un prodotto di narrazione, che ha fini comunicativi e destinatari differenti rispetto al film. Qualunque giudizio di valore dovrebbe considerare il canale per il quale è stata pensata: il mezzo televisivo, che se tanto ha tratto dal grande schermo, del caro vecchio cinematografo resta nel complesso un lontano parente. Il confronto dunque è da giocarsi sul terreno di una differenza strutturale, e non qualitativa, o altrimenti non giocarsi affatto; si rischierebbe di dipingere il pubblico televisivo come una massa indifferenziata, che subisce passivamente le storie più scadenti. Al contrario, i numeri parlano anche di spettatori esigenti, che operano scelte individuali, premiando o rifiutando le offerte del palinsesto.
L’OFI (Osservatorio fiction italiana), pubblicando i dati della ricerca “La fiction italiana/l’Italia nella fiction”, registra un trend di gran lunga incoraggiante, specie se paragonato all’andamento del mercato cinematografico, tanto che il numero di ore dedicate alla fiction nel palinsesto di Rai e Mediaset, dal biennio 1995-96 ad oggi, è quadruplicato, a fronte di un auditel in fortissima impennata. Segno che il pubblico apprezza le fiction. Le analisi sottolineano la specificità del prodotto. Al pari degli ottocenteschi feuilleton, cui tanto spesso in maniera appropriata la fiction è stata paragonata, si tratta principalmente di narrazione d’intrattenimento, soddisfa i bisogni di evasione e commozione di un pubblico eterogeneo ed interclassista; tendenzialmente, la sceneggiatura è di lunghezza considerevole, segmentata in puntate; si fa a piene mani uso di meccanismi diegetici per creare suspance ed emozioni forti. Tra i critici letterari, l’iniziale diffidenza nei confronti della letteratura di consumo è stata ormai superata, anche dagli specialisti più severamente arroccati a difesa della “pura” letterarietà. Il genere giallo nasce paraletterario, ma presto, grazie ad autori come Sciascia e Camilleri, ascende verso l’olimpo della grande narrazione. Si risolverà mai il dissidio tra cinema e fiction?
Eppure, esempi illustri sdoganati dal marchio infamante di “prodotto di massa”, ce ne sono stati. Il più eclatante: La meglio gioventù di Giordana, prodotto da Rai Fiction e vincitore di premi internazionali, il più prestigioso alla kermesse di Cannes. Qui, la produzione ha puntato su di un cast d’eccezione, con Lo Cascio e Adriana Asti in prima fila, e su una storia molto italiana, che ripercorre le tappe fondamentali della nostra cronaca dagli anni 60 ai 90, declinandole attraverso le vicende personali di due fratelli. Definito un capolavoro, talvolta se ne dimentica l’origine televisiva.
La meglio gioventù dimostra che fiction e qualità possono incontrarsi felicemente, senza inficiare il successo del film. A patto che non si cada, con la prospettiva di facili guadagni, in quelle location posticce, quelle sceneggiature improbabili che, purtroppo, la televisione spesso propina alle famiglie. Come sostiene Della Loggia, “il difetto è nel manico: il ruolo del regista nelle fiction è troppo spesso marginale, mentre il potere vero è nelle mani dei vertici delle direzioni aziendali”, interessati più al tornaconto economico che a questioni qualitative.
La fiction italiana? Brutta sì, quando in mano ai manager del profitto. Di qualità invece, se orchestrata da professionisti; allora essa può, e deve, diventare altrettanto pregevole quanto un buon film, anche se fiction televisiva e cinematografica restano prodotti di differente natura, creati per contesti e scopi comunicativi diversi. Le statistiche raccontano di un’Italia la fiction la guarda. Si spera le si proponga ottima fiction. E ottimo cinema.

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