domenica 10 maggio 2009

Alfonso FERRAGUTI

Un altro sublime Cantore della più grande FERRARESITA' poetica

Autore: Maria Cristina Nascosi

Grande, grandissimo tra non molti, inter pares, Alfonso Ferraguti - come Bruno Pasini, Don Artemio Cavallina ( ben noto con lo ‘scutmai’ Ipsilon), Alfredo Pitteri, Cantori della cultura e civiltà dialettale e non solo totae nostrae. Grandi intellettuali, in realtà, degli autentici classici ‘fuori dal tempo’ perché inseriti per sempre in un tempo infinito che ‘sa’ di eterno, di immortalità e perfettamente collocati, comunque, nel ‘loro’ tempo, quello straordinario Novecento che li vide protagonisti e diffusori di un patrimonio di conoscenza unico, da non disperdere, né dimenticare.
Soprattutto Ferraguti lo si può ‘facilmente’ accostare a Bruno Pasini – si diceva - suo grande amico e sodale, a lui accomunato dalla ‘naturale’ passione per la loro lingua dialettale, per le loro radici, da cui in pratica, non si distaccaron mai. Non a caso, da quasi 10 anni, a Bruno Pasini - che appare con la sua ‘lingua di latte’ su antologie nazionali – il suo paese natale, Massafiscaglia, ha dedicato un concorso di livello nazionale di gran successo, ‘per non dimenticare di ricordare ’… Ma torniamo ad Alfonso Ferraguti, cui si voglion dedicare queste poche righe ‘ ad hoc ’: era nato, dove sempre visse, a Marrara nel 1912. Perfettamente coetaneo di Michelangelo ANTONIONI, dunque e del senatore Mario ROFFI, ma di altra preparazione iniziale, se si esclude, naturalmente, l’imprescindibile base umanistica degli studi secondari classici, non a caso, comune a tutti: come Pasini, invece, si era laureato in Agraria, a Bologna nel 1940, ed aveva poi esercitato la professione, approfondendola con proprie ricerche originali. Come poeta, era uscito allo scoperto in età matura con la raccolta ’Na manèla, nel 1960, pubblicato in sole 200 copie, cui erano seguite Al cantón di sticch, nel 1967, uscito in altrettante poche copie (400), e Iéri pròpia culór?, del 1975; un po’ più in là era stata data alle stampe la piccola silloge I mié sié pitùn, dedicata agli adorati nipotini. Falistàr, opera omnicomprensiva dei testi di cui sopra, era uscita postuma, pochi mesi dopo la morte di Ferraguti, avvenuta l’antivigilia di Natale del 1980. Essa raccoglie, dunque, tutto quanto da lui scritto e copia conservata e consultabile è presente nelle raccolte di AR.PA.DIA., l’Archivio Padano dei Dialetti curato da chi scrive* per Il Centro Etnografico / Centro di Documentazione Storica del Servizio Biblioteche ed Archivio Storico dell’Assessorato alle Politiche ed Istituzioni Culturali del Comune di Ferrara.
Falistàr fu voluta dall’Autore perché - così afferma Ferraguti stesso in introduzione - “…Ho esaurito, per averle regalate ad amici e conoscenti, tutte le copie di ’Na manèla e de Al cantón di sticch, (come detto più sopra, n.d.r.) nel 1960 e nel 1967….Poiché da quel tempo ad oggi ho scritto alcune brevi composizioni, al cui insieme intendo dare il nome di I Crisantèm, ho pensato e deciso di ristampare, unendo le prime due raccolte e di aggiungere l’ultima come terza parte del tutto (…)”. La sua sviscerata dichiarazione d’amore per la sua lingua dialettale l’aveva ‘pubblicamente’ dichiarata proprio sulle pagine introduttive del suo primo ’Na manèla, affermando che “(…) Io ho sempre amato il nostro dialetto e tutt’ora lo amo con violenza (…) Io penso, godo e soffro…sempre, però in dialetto…”.
Ma la sua cifra stilistica, la sensibile e densa essenzialità della sua poetica han corde toccanti, terragne, eppure, al contempo, altissime e raffinate, da vero discendente dei poetae novi di latina memoria, come Catullo o Properzio, ma anche Marziale è ben presente, sempre, epigrammaticamente, nella sua brevitas, o dei neoteroi, i grandi lirici greci dell’antichità, quali Anacreonte od Anassimandro. E proprio a corroboro di quanto appena affermato, piace riportare, a seguire, una splendida poesia di Ferraguti dedicata a sua madre - siamo in tema, cronologicamente, in questi giorni di Maggio ed un altro vero epigramma su ‘the meaning of life – il senso della vita’, citato, insieme con gli scritti del compianto maestro e studioso ferrarese Dino Tebaldi, da Giuseppe Gabriele Sacchi nei suoi due volumi FERRARESI DEL XX SECOLO, Storie di una storia sola e Immagini e Memorie (Ferrara, CARIFE, Cartografica, 1999 et 2000) .
Entrambi da leggere, rileggere, assaporare, meditare: PER NON DIMENTICARE DI RICORDARE, MAI.

Miè màdar

Una candela ad zzìra banadéta
brusà tuta par nu.


Parché…

Parché aver préssia
ssé tant prèst l’è sìra,
par mi,
par ti,
par tuti ?

0 commenti: