giovedì 23 ottobre 2008

Le lettere mai arrivate di Mauricio Rosencof

Un canto alla vita, dalle segrete della dittatura e dai campi di sterminio nazisti

Autore (articolo e foto originale): Diego Simini, Direttore Responsabile di 4rum.it

Le lettere mai arrivate (traduzione di Fabia Del Giudice, Firenze, Le Lettere, 2008) di Mauricio Rosencof fonde con commozione, delicatezza e precisione, le vicende private e storiche che hanno toccato l’autore piú da vicino. Si intrecciano due situazioni, legate dal rapporto tra lo scrittore e i suoi genitori (soprattutto suo padre). L’intelaiatura del testo è una serie di lettere o forse una unica lunga lettera scritta dall’autore, appena uscito dalle segrete della dittatura ma in certi momenti come se vi fosse ancora rinchiuso. Rosencof ripercorre alcuni momenti cruciali (l’infanzia, gli anni da “sepolto vivo”, il ritorno alla libertà), per cercare di recuperare la memoria che gli appartiene, non solo in quanto individuo con le vicissitudini biografiche proprie, ma anche come frutto di una storia le cui radici sono precedenti alla sua nascita. Ecco allora che si alternano le lettere che Mauricio scrive per ricordare l’infanzia a Florida e Montevideo, quando si aspettavano le lettere dei parenti rimasti in Polonia, con le lettere immaginarie che la madre di Isaac, padre di Moishe (Mauricio cosí si chiamava da bambino) e la sorella Ruth scrivono a Isaac per raccontare dell’arrivo dei nazisti, della deportazione, della vita nei campi, fino al silenzio. Un silenzio che non si rompe neanche con il viaggio di Rosencof in Polonia, prima a Varsavia, dove nessun Rozenkopf (con tutte le possibili varianti ortografiche del cognome) compare nell’elenco telefonico, poi nel paese natale dei genitori, Belzitse, vicino Lublino, dove nessuno ricorda, dove non c’è piú nemmeno una sinagoga, infine ad Auschwitz, dove nella galleria dei ritratti, nelle bacheche piene zeppe di valigie con i nomi sopra, da nessuna parte compaiono i nomi dei parenti.
La situazione di Rosencof nella minuscola cella in cui immagina le lettere a suo padre compare pure, e fa da contrappunto alle altre rievocazioni. Anche queste, in verità, lettere mai arrivate, dato lo stato di isolamento in cui si trovava lo scrittore, interrotto solo per dieci minuti al mese.Il libro vuole recuperare la memoria, riprendere il filo di un discorso interrotto dall’emigrazione, dallo sterminio nazista, dalla repressione militare. Negli interstizi della narrazione, ci sono alcuni elementi significativi: l’amicizia con Fito, figlio di immigrati italiani, la solidarietà del quartiere in cui la famiglia di Moishe è perfettamente integrata.
Il significato ultimo del libro forse va cercato nella comunicazione che unisce le persone vere, nella solidarietà che riesce a vincere anche le situazioni piú ostili. Dai campi di sterminio nazisti pochi sono sopravvissuti, ma forse il grido dei tanti morti può risuonare ancora nelle nostre orecchie; la dittatura uruguaiana ha provocato molti morti e tanta sofferenza, ma il grido dei morti, dei torturati, degli oppressi vibra ancora nelle parole di Rosencof. Finché ci sarà la parola, finché due “morti in vita” potranno scambiarsi messaggi di nascosto mediante colpetti sul muro, ci potrà essere una speranza, l’umanità potrà resistere all’orrore.

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