giovedì 31 luglio 2008

"Evolution Tour" . Giovanni Allevi

Autore: Francesco Zavattari - Direttore di 4rum.it

Un paio di converse nere, jeans scuri e una t-shirt nero sbiadito: si presenta così uno dei più acclamati pianisti attualmente in circolazione, a Capannori sul palco allestito di fronte a Villa Mansi per l'unica tappa toscana dell' “Evolution Tour”.
Nel film “Signs” di M.Night Shyamalan, lo spettatore (così come i protagonisti) è posto di fronte ad un bivio: appartenere alla categoria di persone che vogliono vedere come fortuiti e occasionali gli avvenimenti di ogni giorno, o stare dalla parte di coloro che fin dalle piccole cose vogliono trarre lo spunto per scorgere “un segno”. Un miracolo.
Giovanni Allevi, musicista nato ad Ascoli Piceno nel 1969, pone di fronte ad una similare sciarada concettuale.
C’è chi in lui vede un genio e chi semplicemente un esecutore di grandissimo talento, provvisto si di una innata eleganza ma ancora ben lungi dall’esser considerato un illuminato.
Mettiamola così: se Allevi è un genio quali aggettivi si dovrebbero coniare per descrivere David Helfgott o Vladimir Horowitz? Probabilmente questo tipo di paragone è inattuabile nella fattispecie.
Le composizioni di Allevi sono interessanti meticci sempre pronti a strizzar l’occhio a questo o a quel compositore, mossi da una continua elaborazione di piste già battute. Gustando la musica di questo nuovo fenomeno mediatico però, non si può omettere tuttavia il pregio di risultare caratterizzata e personale pur inventando veramente poco di nuovo.
“Se ho potuto vedere più lontano degli altri, è perchè sono salito sulle spalle dei giganti”. Allevi deve sicuramente condividere appieno questo famoso concetto espresso da Newton.
Veniamo al concerto. Allevi sale sul palco in stile “Edward Mani di Forbice”, mettendo in chiaro il suo pacato, non convenzionale seppur potente appeal con il pubblico. Inizia con il primo pezzo per piano composto, come lui stesso racconta, all’età di diciassette anni.
Il brano è tanto elegante quanto semplice, ma ben costruito e in grado di far gridare al miracolo a tutti coloro che vedono “segni” e che in Allevi scorgono il segno dell’enfant prodige.
Si prosegue con la messa in musica di un sogno del compositore che immagina Bach “catapultato in una discoteca dei nostri giorni”. “Sogno di Bach” è infatti un mix di sonorità classicheggianti spinte repentinamente su una base ben ritmata da scale vertiginose, il tutto “sporcato” da una efficace vena jazzata.
Si prosegue poi con “Improvviso n.1” proveniente da un album del ‘97 flop in termini di vendite come “13 dita”. In contrapposizione a questo dato il brano è molto interessante e sprigiona in maniera nitida la prima vera e propria venatura jazz del concerto.
Poi ancora “Il nuotatore” e “Aria”, brano dedicato ai tanti che Allevi accomuna a se stesso per il modo ansioso di vivere.
A questo punto è la volta di “Monolocale 7.30”, dove quel barlume di genio da molti acclamato comincia per la prima volta a dare mostra di se. La complessità della composizione si fa evidente, lasciando spazio a dinamiche variegate e veramente interessanti.
Come alla fine di ogni pezzo, Allevi si alza per ringraziare i tanti seduti di fronte al palco e introduce con voce sempre pacata il brano successivo. Racconta che una volta a New York per la sua prima audizione negli Stati Uniti, il gestore del negozio sotto casa ad Harlem ebbe a consigliargli la massima serenità perché le cose sarebbero andate nel modo più naturale. Allevi passò l’audizione e quel gestore ispirò così “Go with the flow”, brano dai caratteri fin troppo emotivi che avrebbe potuto comparire nella colonna sonora di un film come “La ricerca della felicità”. I toni non sono quelli trionfali della vittoria, ma quelli sereni di chi ha raggiunto il proprio traguardo. La trama in questo caso è a maglie larghe, non dardeggiata dalle frequenti partiture intense e repentine del compositore.
Per l’introduzione del brano successivo Allevi chiede aiuto alla filosofia dicendoci che “il passaggio dall’eternità all’esistenza è scandito per mezzo del primo battito”, “L’orologio degli dei” è un ode a questo passaggio, a questo primo battito. Il tono muta ulteriormente andando a pescare sonorità più oniriche che quasi portano la mente alle composizioni di Yann Tiersen (“Il favoloso mondo di Amélie” per citarne un lavoro – n.d.r.). Il livello della scaletta è appena salito di un altro gradino.
Chiudono la prima parte gli ottimi “Back to life” e “Jazzmatic”, brano col sapore di una continua improvvisazione, seppur scandito su un preciso binario compositivo. Un pezzo che Allevi definisce “Otomatico e circolare, dove tutto è scritto senza improvvisazione”.
Dopo una breve pausa il compositore torna sul palco stavolta accompagnato da tutta l’orchestra sinfonica “I virtuosi toscani”.
Il ruolo è mutato e Allevi si presenta ora non come pianista ma come direttore. Veste che gli si adatta alla perfezione. In programma c’è una suite per orchestra sinfonica composta da brani veramente eccellenti come “Whisper” e “Keep Moving”.
Quella specie di action figure timburtoniano dirige l’orchestra rigorosamente sprovvisto di spartito sprigionando una fantastica vibrazione con la bacchetta fra le dita in grado di raggiungere con lo stesso feeling pubblico e musicisti.
Ecco adesso “A perfect day” primo brano di stampo profondamente cinematografico in cui si può cadere nella tentazione di vedere un Morricone dietro ad ogni nota se un attento ascolto non dimostrasse, al contrario, una ricerca profondamente personale del compositore. Caratterizzano il pezzo ottimi fraseggi intrecciati fra archi e fiati in un crescendo dalle tinte davvero ammalianti. Perfetta la cadenza a tratti pacata e a tratti resa impetuosa da percussioni potenti e partiture di archi mitragliate al fulmicotone. Stacchi ai limiti dei canoni del tango condiscono il tutto esprimendo al meglio uno dei componimenti più interessanti di Allevi.
Si passa a “Corale”, componimento più noir capace di infondere un emozionante senso di sacralità.
Indirizzato verso la conclusione il concerto prosegue con un brano dedicato al massacro avvenuto nel 2004 nell'Ossezia del Nord: “Foglie di Beslan”, che Allevi, tornato per l’occasione al piano, introduce con la speranza che “l’innocenza non sia più vittima dell’odio”.
Il brano successivo è forse uno dei più celebri, reso popolare dall’utilizzo da parte del regista Spike Lee come colonna sonora di uno spot girato per una famosa casa automobilistica. Il titolo è “Come sei veramente”, dove l’amore e la visione “pura” della persona amata rappresentano il tema centrale.
Si prosegue con “Prendimi”, brano che Allevi dedica alla sfida di raccogliere la musica “quando viene a trovarlo”.
Annunciando l’ultimo brano il pubblico sfocia in un disappunto prolungato, che Allevi placa rapidamente “State tranquilli! E’ lungo!”
Come promesso, la chiusura è affidata ad un interessantissimo componimento di circa quindici minuti. Il musicista racconta che in una foresta dove Stradivari era solito cercar legni pregiati per le proprie “creature” c’è un albero che gli è stato donato su cui è apposta la targa “Sono l’albero di Giovanni Allevi”. Il componimento “Trecento anelli” è dedicato a quell’albero e all’interazione dapprima conflittuale poi pacifica fra uomo e natura. Durante la prima parte, dov’è la natura, pacata e maestosa a farla da padrona, Allevi si siede in disparte al bordo del palco lasciando al primo violino l’onere di tener saldi i ranghi dell’orchestra. Sei minuti dopo è la volta della sua entrata da “intruso” (come lui stesso si definisce) che con il piano arriva a scombinare l’armoniosa architettura della natura. Il contrasto si fa ben presto connubio, verso un finale che è una perfetto balletto di ottave dove tutto assume un gusto scorrevole e idilliaco.
Conclusa la scaletta, il musicista ci concede ben tre bis per la gioia dei molti che a questo punto affollano in piedi la prima parte del parterre.
Un ottimo concerto che non proverà la genialità di questo artista ma che ne attesta senz’altro una straordinaria capacità di espressione live.

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