domenica 25 maggio 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

Autore: Francesco Zavattari - Direttore di 4rum.it

Normalmente inizio le mie recensioni con un breve riassunto della trama in questione. Stavolta è davvero molto complicato, perché scovare il fil rouge del film rischia di diventare azione pretenziosa, così come attenermi alla semplice analisi cronaca della pellicola potrebbe rivelarsi deleterio per chi come me odia avere particolari salienti prima della visione.
Prima di godersi quest'ultimo capitolo di una delle più apprezzate e remunerative saghe della storia cinematografica, sarà utile fare una scelta ben precisa: guardare questo come un film qualsiasi, o scansionare ogni singola scena per paragonarla ai precedenti episodi. Il mio consiglio è quello di procedere con la prima scelta, perché nel secondo caso si rischierebbe di rimanere delusi sotto molteplici punti di vista. Soprattutto per quanto riguarda l'aspetto relativo alla trama e alla sceneggiatura della pellicola.
Lucas e Spielberg avevano un contratto di veto reciproco, ovvero, l'uno non poteva realizzare un nuovo “Jones” senza il permesso dell'altro. Secondo i diretti interessati, in tutti questi anni non si era riusciti a scovare un copione interessante su cui lavorare. Alla fine spunta fuori questo “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo”: davvero bieca come soluzione.
Ci sono tutti gli ingredienti basilari che strizzano l'occhio ai precedenti capitoli, ma in questo caso sembrano esser mescolati in maniera assai più inconcludente.
Stavolta il cattivo viene dall'est, e al posto delle svastiche ci sono le falci e martello. Spielberg vuole mostrarci una grande affinità nei modi dei diversi poteri. I comunisti, rappresentati da una splendida ma un po' opaca Cate Blanchett, sono alla ricerca della super arma, del super flagello delle genti: il teschio di cristallo, appunto. O forse no. Forse non si tratta del teschio, ma del suo “abitacolo”, o magari del suo “proprietario”. E' proprio questo il problema: si fatica terribilmente a capire dove la trama voglia andare a parare e fra sentimentalisti, scoperte, ricordi e ritorni sensazionali, è davvero complicato trovare la giusta direzione. In questo film l'impresa, più che il vecchio Jones, la deve compiere il povero spettatore.
Shia LaBeouf è lo “Shorty” di questo epidodio (forse qualcosa in più...) oltre che al nuovo golden boy di Hollywood. L'attore è un'altro dei tanti baby prodigi sfornati dalla fabbrica Disney, ed è infatti ben protetto dal castello che i media gli hanno costruito intorno. La sua goffaggine è considerata da molti una grande capacità di espressione neorealista, ma cela in realtà l'evidenza che il nostro eroe è un attore come ce ne sono a bizzeffe. Niente di più o di meno. Harrison Ford è ancora in gran forma ed è sicuramente più credibile come nuovo Indiana Jones di quanto non lo sia Stallone come nuovo Rocky, ma la sua, come quella degli altri, non si può certo definire una prestazione maiuscola. Non c'è spazio per prestazioni maiuscole in una trama che prevede lunghi e un po' noiosi buchi neri, interrotti di tanto in tanto da frenetiche sequenze d'azione, preludio al deus ex machina finale. Si, un vero e proprio deus ex machina, in senso letterale. Un finale in stile teatro greco, quando arrivati di fronte ad un intreccio troppo complesso o nel bel mezzo di un punto morto, qualche ateniese di stazza robusta e buona volontà, calava sul palco un attore "vestito da Dio”. Allora, quando arrivava Dio, tutti si calmavano omettendo di pensare alle incongruenze subite fino a quel momento.
Qui è la CGI a far da “Deus”; un uso massiccio della computer grafica che si concentra soprattutto e per fortuna solo nella parte finale del film. Per tutto il resto del tempo il computer più che creare supporta una regia sapiente e dinamica. La LucasFilm LTD ha i mezzi per finanziare la creazione reale piuttosto che digitale della maggior parte delle scene. Spielberg ci mette il suo per riprenderle con tutta l'esperienza accumulata in una carriera lunga e strapiena di esperimenti. Le sequenze degli inseguimenti ad esempio, sfruttano le stesse complesse dinamiche già battute in film come Minority Report o La guerra dei mondi.
Peccato che Spielberg sia un regista amato da tutti fino ad una certa età, poi snobbato da molti nella maturità della vita. Soprattutto è da parte dei sapienti e dei ben pensanti del cinema, che il regista di Cincinnati incassa i copli più duri. C'è tutta una intelligence di cinefili pronti a metterlo alla gogna salvando al massio il grande Duel, più attenti alla sua politica piuttosto che alle sue indiscusse capacità. Probabilmente questi suoi carnefici sono quelli che negli anni ottanta andavano in giro con la tshirt di Et ed avevano appeso dietro la porta di camera il poster di “Incontri ravvicinati”. Poi però arriva “la maturità”, arriva la necessità di conformarsi a chi di cinema se ne intende davvero, e così Spielberg diventa una specie di Krzysztof Kieślowski al contrario: poco interessante e approssimativo.
Spielberg è un cantastorie e come tale va considerato. Soggetto ad errore come chiunque, ma capace di regalarci grandi soddisfazioni.
Certo è che in questo “Regno del tempio di cristallo”, poteva regalarci qualcosa in più.
Faccio quello che ho sconsigliato all'inizio dell'articolo, riflettendo sul fatto che i tempi “dell'ultima crociata” sembrano davvero lontani, ma il cammino è di nuovo tracciato e questo è già qualcosa. Speriamo in bene nel prossimo tentativo.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono quasi d'accordo: pochi dialoghi, ritmo troppo frenetico a discapito dell'aspetto piu' avventuroso e di ricerca archeologica (tutti gli enigmi vengono risolti in 2 secondi). Detto questo, pero', l'ho trovato molto divertente! Se questo sia poco o tanto per uno dei film piu' attesi degli ultimi 20 anni, e' un altro discorso...