domenica 1 maggio 2005

Concerto per pianoforte, unico spettatore il mare

Autore: Lucio Laugelli


Secondo Proust, i paradisi migliori sono i paradisi perduti. E' una frase giustamente famosa. Io mi permetto di aggiungere che forse esistono paradisi ancora più attraenti dei paradisi perduti: sono quelli che non abbiamo mai vissuto, i luoghi e le avventure che intravediamo laggiù - non alle nostre spalle, come i paradisi perduti che ci riempiono di nostalgia, ma davanti a noi, in un futuro che un giorno forse, come i sogni che si avverano, riusciremo a raggiungere, a toccare. Chissà, forse il fascino del viaggiare sta in quest'incanto, in questa paradossale nostalgia del futuro. E' la forza che ci fa immaginare - o illudere - di fare un viaggio e trovare, in una stazione sconosciuta, qualcosa che potrebbe cambiare la nostra vita


Forse uno smette veramente di essere giovane quando non riesce che a rimpiangere e ad amare soltanto i paradisi perduti.

Marcello Mastroianni


[…] nella punta delle dita poco jazz,
poche ombre nella vita...

Francesco De Gregori

La stanza dell’ospedale sa di cloroformio. Fuori il tempo è grigio, fra poco forse piove. Su un letto un padre ascolta il figlio che, tenendogli la mano, parla corrucciando la fronte.
- Quando calchi per la prima volta un palcoscenico importante la tensione è alle stelle. Intravedi il pianoforte da dietro le quinte e sai che il pubblico e la critica ti attendono al varco. Devi suonare con passione e dare tutto te stesso se non vuoi centrare un insuccesso: chi ti ascolta capisce se stai dando l’anima oppure no. Ricordo che i momenti più belli erano quei brevi istanti che separavano la fine degli applausi, subito dopo la tua entrata in scena, e l’inizio del concerto. Quei brevi attimi di silenzio assoluto indimenticabili e infiniti. Questo è il ricordo più bello che conservo nel profondo. Quei brevi silenzi, sono certo, non li scorderò mai papà -.

Luca Anselmi parcheggiò la sua macchina e scese a controllare di non aver urtato la carrozzeria contro la vettura davanti e contro il paracarro dietro. Era certo di non averlo fatto ma aveva questa nevrosi fin da quando aveva preso la patente. La sua macchina era pulita dentro e fuori, la carrozzeria pareva perfetta: completamente intonsa. Si sentì sollevato e procedette, con la giacca sotto braccio, verso l’edicola aperta, comprò il giornale e si avviò sfogliandolo verso casa della sua ragazza: Lidia Vitti. Suonò il campanello e riconobbe la voce della madre Lucia che gli diceva di salire. In ascensore si aggiustò il colletto della camicia e si tolse un ciuffo dalla fronte. Era un bel ragazzo: un metro ottanta per settanta chili, capelli chiari e mossi, occhi blu e un velo di barba. Le porte dell’ascensore si aprirono e dopo aver chiesto permesso Luca si addentrò per il corridoio finché non gli venne incontro la madre della sua metà – Lidia ti aspetta in camera sua, è appena uscita dalla doccia, anche oggi è in ritardo ovviamente! –.

- Amore ciao! Scusami ho ancora mille cose da fare, in questa casa non trovo mai niente. – Lidia aveva in mano due pettini e un asciugamano e non degnò Luca nemmeno di uno sguardo. Dopo qualche minuto bussò alla porta Ann Sofi, la sorella minore che si lamentava di non trovare un certo tipo di scarpe in particolare. Seguì un diverbio inutile su un certo tipo di calzatura col tacco alto che, secondo la sorella minore, Lidia avrebbe nascosto chissà dove, quindi le due andarono in un'altra stanza lasciando solo Luca che, ormai abituato a questi siparietti, aprì il giornale capendo che le due fanciulle ci avrebbero messo non poco tempo a finire di prepararsi. Dopo aver sorvolato, leggendo solo i titoli, le pagine di politica, cronaca nera, e sport arrivò alla pagina dello spettacolo dove lo colpì la notizia che apriva l’inserto del giornale: chiamò la sua ragazza per condividere con lei l’emozione ma da sotto ricevette semplicemente un che bello! Poi mi racconti. Non gliene fregava nulla né a lei né alla sorella. Si stavano preparando da giorni per la serata, i loro genitori era da settimane che le stressavano per l’avvenimento ma l’ottica con cui Lidia e Ann Sofi vedevano il tutto era molto diversa dalla sua: per loro era solo un evento mondano da cogliere al volo; che poi l’amico di famiglia fosse un famosissimo musicista e che un quotidiano nazionale gli dedicasse una pagina intera aveva poco conto. Luca estrasse gli occhiali dalla giacca che aveva appoggiato sul letto, se li infilò e iniziò a leggere entusiasta:

“Roma. E’ finito ieri sera il celebratissimo tour di Marcello Boccardo. Grande pianista e abile compositore che ha fatto rinascere il Jazz in Italia più di trent’anni fa. Un genere che sembrava tramontato ma che con lui tornò alla ribalta. Conteso dalle più grandi case discografiche, coccolato dai critici, amato dal pubblico, come testimoniano le tantissime copie che ogni suo album vende, ha dedicato il concerto al giovane figlio Leonardo che, commosso, ha seguito le note del padre in compagnia dell’attrice ventottenne Isabelle Cellier la nuova compagna del pianista dopo il chiacchieratissimo matrimonio con Matilda Bello ormai finito.

La musica di Boccardo, che ha suonato per oltre due ore, ha allietato la platea romana che alla fine l’ha applaudito a lungo e omaggiato con una memorabile standing ovation. Sono stati eseguiti brani sia dal repertorio del musicista sia ever green della storia del jazz. Boccardo chiude in bellezza il tour che ha registrato ovunque il tutto esaurito con una dichiarazione alla stampa sconvolgente: “Ho cinquantancinque anni e nonostante ami più di qualunque altra cosa suonare dal vivo questo è stato il mio ultimo concerto. Non chiedetemi perché abbia scelto di annunciare la cosa solo all’ultima data del tour ma è una cosa dettata dal profondo dell’anima. Continuerò a comporre ma i concerti li devono fare i giovani, non ho più l’età per girare il mondo con la band: chiudo a Roma dove mi sento più a casa e dove è iniziato tutto una vita fa.” Mai più, a quanto pare, lo rivedremo in concerto e allora ci sentiamo di ringraziarlo per questa grande carriera, per gli album che ha donato alla storia della musica e per tutta la passione che ha sempre messo nel suo lavoro. Nonostante la sua vita privata abbia fatto più volte scalpore e sia tutt’oggi molto chiacchierata io e tutta la redazione ci sentiamo in dovere di spendere le meglio parole per questo grande artista. Grazie Marcello.”

Luca chiuse il giornale basito. Da sempre suo padre era un estimatore di Boccardo, soprattutto quando era agli inizi e non aveva ancora i riflettori puntati contro come oggi. Per questo anche lui, fin da piccolo, aveva sentito il suo piano e si era appassionato alla vita burrascosa del musicista. Chissà se anche suo padre aveva appreso dalla televisione o dai giornali la notizia: quando gli aveva comunicato che i genitori di Lidia lo conoscevano era esploso di gioia e ancor di più era stato contento, successivamente, quando apprese che il suo figliolo avrebbe partecipato a una festa proprio a casa sua. Ed era tutto vero.

Franco e Lucia Vitti erano due legali molto in gamba e famosi nell’ambiente; nonostante il loro matrimonio fosse sempre più alla deriva il lavoro dava loro grandi soddisfazioni. Erano stati i Vitti ad aiutare Luca, dopo la laurea in giurisprudenza, a trovare subito lavoro in uno studio legale di prestigio e guarda caso Franco era l’avvocato di Boccardo da vent’anni e viste le numerose volte in cui il pianista incappò in questioni legali più e meno serie ecco che tra i due scaturì un rapporto di amicizia, complice l’età e la passione per l’alcol di tutte e due. Prima un aperitivo, poi due quindi cene dove si beveva scotch come fosse acqua minerale. Infine Franco e Marcello fecero le presentazioni tra le rispettive consorti (all’epoca Boccardo era ancora sposato con la Bello) e le due coppie si frequentarono di volta in volta.

Lidia nel frattempo era quasi pronta, Anne Sofie era ancora in alto mare con i capelli: almeno così orecchiava dalla stanza affianco. La madre ogni tanto urlava dicendo che entro pochi minuti sarebbe arrivato il padre. Poi finalmente tutte e due furono pronte e il capofamiglia arrivò trafelato: Luca lo salutò di sfuggita e lo vide iniziare a sgridare la moglie per una questione di fatture: imbarazzato cambiò stanza; non vedeva l’ora di uscire con Lidia e sua sorella per andare a prendere quell’idiota di Diego Fede.

Paolo Burr guardò fiero i suoi due gemelli prepararsi per la serata in compagnia di quello che loro chiamavano “zio Marcello”. Carla, sua moglie, stava dando loro le ultime dritte su come comportarsi una volta arrivati a casa dell’amico: Chiara e Marco, i due fratelli gemelli dodicenni, erano noti infatti per le loro bravate con cui avevano più volte messo a disagio i genitori. I Burr erano senz’altro una bella coppia: serena e affiatata. Si conobbero da ragazzi, ad una festa, e la loro storia resistette abilmente al logorio del tempo; la gravidanza di Carla arrivò tardi quando i due quasi non pensavano più all’idea di una prole. – Tesoro inizio ad andare a prendere la macchina in garage, ci vediamo all’incrocio fra cinque minuti e voi due sbrigatevi! –.

Scese la rampa di scale in un paio di falcate e si diresse verso il vicino palazzo dove ogni mese pagava il suo posto macchina. Alto, robusto, lineamenti decisi e completamente calvo, Burr aveva compiuto il suo cinquantacinquesimo compleanno da poco, era coetaneo di Boccardo e i due si conoscevano da sempre. Mentre scattò la chiusura centralizzata della sua familiare grigia metallizzata, contemporaneamente, prese a squillargli il telefono: guardò il display ed era Vittorio. – Sono arrivato in stazione adesso carissimo tu a che punto sei? – La voce di Vittorio Bernardi pareva stanca e disillusa, come sempre. – Dammi una decina di minuti, se quelle due pesti sono pronte fra pochissimo ti passo a prendere -. Dopo che l’amico gli disse di fare con calma Paolo accese il motore e uscì dal garage.

Alla stazione, nello stesso momento, Vittorio Bernardi che, con Paolo e Marcello, formava una triade d’amici che andava avanti sin dai tempi del liceo, si sedette su una panchina e accese una sigaretta sapendo che i Burr ci avrebbero messo un’eternità ad arrivare.

- Quei due gatti sono insopportabili signorina, finiranno per farmi impazzire! - Claudia, con in mano uno spolverino, cercava in tutti i modi di far uscire dal salone della villa Marlon e Brando, i due gatti di Isabelle Cellier; - Stia tranquilla Claudia, ci penso io: se urla si spaventano…Amori venite dalla vostra mammina! -. La vecchia donna di servizio e custode guardò con commiserazione la giovane e splendida donna e pensò che nonostante il Signore le avesse donato un fisico stupendo non era stato altrettanto generoso per quanto riguardava la testolina dell’attrice; poi tolse gli ultimi peli che i due bengal avevano lasciato sui sinuosi divani e chiuse la stanza.

Uscendo in giardino rastrellò le aiuole dalle foglie secche e guardò la villa in tutta la sua bellezza malinconica.

Era una casa di fine ottocento strutturata su due piani, più una grande taverna seminterrata dove il signor Boccardo aveva allestito una sala da ballo anni prima. L’edificio in stile liberty aveva una facciata di un rosso porpora e due scalinate salivano verso il grande portone principale che dava sul grandissimo salone da dove era appena uscita Claudia. Un giardino in parte curato e in parte selvaggio circondava la casa che cadeva a strapiombo sul mare. D’estate, tramite una piccola scala scavata nella roccia, si poteva raggiungere una piccola spiaggia: la custode detestava quella scala in quanto ripidissima e molto pericolosa e ogni volta che vedeva i primi gradini scendere verso il mare ricordava Matilda, la prima moglie del signore, che si era rotta una gamba e aveva rischiato anche peggio un’estate di diversi anni prima. La cucina era piena di tutte le cibarie esotiche che Isabelle aveva ordinato: Claudia aveva inoltre passato la cera e rifatto tutti i letti nelle sei camere da letto che la casa ospitava all’ultimo piano. I bagni profumavano di lavanda e la vecchia donna era contenta di come la villa risplendesse: si era spezzata la schiena per tre giorni ma ora era tutto al proprio posto, mancavano giusto gli ultimi ritocchi.

Diego Fede aveva passato il pomeriggio nel solarium di una sua amica, poi era andato in un beauty center dove era l’unico rappresentante del sesso maschile quindi era passato a ritirare l’abito per la serata. Era più bello che mai: non aveva ancora vent’anni e credeva di avere tutto: un diploma in tasca, una bella ragazza e soprattutto un anno sabbatico davanti: Diego aveva scelto di decidere con calma cosa fare dopo il liceo e per ora passava le sue giornate a curare il suo splendido corpo. Fede era innamorato di se stesso e puntualissimo, sotto casa, aspettava Anne Sofie e quel cazzone arrogante di Luca Anselmi che aveva accalappiato la sorella maggiore della sua fidanzata. I due non si erano mai piaciuti ma facevano finta di niente. Mentre si guardava riflesso in una vetrina sotto casa sentì un colpo di clacson: i tre erano arrivati a prenderlo, li salutò è salì in macchina.

Stava diventando pazza. Tre figli erano troppi. Erano troppi. Ne era certa. Era molto contenta, per carità, che Francesco avesse finalmente gioito per l’arrivo di una maschio ma sarebbe stata certo molto più contenta se i tentativi precedenti all’arrivo di Max non fossero stati due. Questi erano i pensieri di Stefania Fellini che nel frattempo guardava il caos regnare nella sua villetta bifamiliare adagiata poco fuori città. Clara, che di anni ne aveva 25 litigava al telefono con un’amica: non voleva manco sapere il perché. Max, il pargolo di appena dieci anni, si era appena sporcato la camicia nuova di gelato e Gloria, che avrebbe presto compiuto 13 anni, era in ritardo di quasi un’ora. Mentre era ormai certa che non ce l’avrebbero mai fatta in tempo Francesco spuntò dalla loro camera con la cravatta in mano annodata in malo modo: aveva più di mezzo secolo ma non era ancora capace di mettersi la cravatta da solo; Stefania rassegnata si avviò verso il marito sicura che avrebbe avuto una crisi di nervi da lì a poco.

- Pronto Marcello sono Ida, come stai? Ho letto poco fa i giornali e come al solito hai voluto fare i fuochi d’artificio finali…Non cambi mai, sei la solita testa di cazzo egocentrica! Senti amico riccone mandami un’autista per stasera che la mia macchina è di nuovo in officina. Fammi sapere qualcosa e ogni tanto accendilo il cellulare. Ciao –

La Zeno riattaccò la cornetta e girò una canna indi aspirò avidamente qualche boccata. Era invecchiata troppo presto, pensava. Il suo appartamento era arredato in stile multietnico e odorava di incenso: per la casa c’erano cuscini adagiati ovunque. Finita la pausa-canna tornò al computer e riprese a tradurre: la pagavano bene ma il lavoro spesso era noioso e molto stancante. Conosceva il giapponese meglio di un giapponese stesso.

Mentre Vittorio Bernardi stava per richiamare l’amico, visto il corposo ritardo, vide Carla attraversare la strada con il fiatone: i due si salutarono affettuosamente per poi avviarsi verso la macchina dei Burr che era rimasta imbottigliata nel traffico nella via parallela a quella della stazione dove avevano l’appuntamento. I bambini salutarono Vittorio e parevano stranamente tranquilli: Paolo abbracciò l’amico, mise la freccia e rientrò nella circolazione particolarmente fitta. Mentre Carla stava dietro con i gemelli i due amici iniziarono a parlare entusiasti di quanto accaduto negli ultimi tempi. – Allora passiamo un momento da casa di Anna così poso la valigia e mi do una rinfrescata? – Certo l’ho sentita ancora ieri sera che non si ricordava la strada per andare alla villa -.

Al semaforo rosso Paolo rallentò e prima di fermare la sua familiare guardò con la coda dell’occhio l’amico seduto nel sedile affianco: pareva in forma, carnagione chiara, capelli e occhi corvini, vestito casual parlava con il suo solito eloquio forbito; Bernardi era uno scrittore: aveva iniziato con la saggistica per poi passare alla narrativa, non era certo famosissimo ma guadagnava discretamente. Non aveva moglie né figli e si capiva che era molto contento ogni qualvolta Marcello organizzasse incontri o feste: erano loro la sua famiglia.

Luca guidava velocissimo in autostrada, Lidia parlava della festa con Diego e Anne Sofie dormiva tanto era emozionata per la serata che si prospettava. La radio passava musica stupida e un dj idiota commentava i brani enfatico. – Non vedo l’ora di rivedere i Boccardo, hanno una casa stupenda ah e poi devo sentire mamma quando siamo nei pressi che la strada non me la ricordo assolutamente! – Diego, da dietro chiese come mai i suoi genitori non fossero partiti insieme con loro e Anne Sofie, nel dormiveglia, rispose che sarebbero arrivati all’ultimo perché avevano del lavoro in sospeso. Luca sapendo che erano in grande anticipo decise di uscire dall’autostrada un po’ prima per godersi i paeselli marini che precedevano la loro meta; mentre pensava a quanto Fede fosse insopportabile allungò la mano nella tasca laterale della portiera ricordandosi di un cd che aveva fatto poco tempo prima: lo inserì nell’autoradio e andò alla traccia numero sei, era uno dei brani più belli di Boccardo, si intitolava Io e il Vento. Pagò il casellante che pareva imbronciato, svoltò la curva e si trovò di fronte il mare mentre la musica scivolava veloce nell’abitacolo della macchina.

- Dove cazzo ti eri cacciata Gloria? Ci fai sempre fare figure di merda! -. Il piccolo Max andò dal padre Francesco per segnalare le brutte parole che la mamma aveva appena detto e quest’ultimo calmò le acque, nella famiglia era lui la colla: con la sua aria tranquilla e pacata riusciva sempre a spegnere i mille battibecchi e litigi che imperavano sempre più spesso. – Gloria hai due minuti per cambiarti, dai fai la brava così non arriviamo in ritardo -.

Clara prese Max per mano e si diresse verso la cucina quando intervenne di nuovo loro madre – Clara accompagna Max dai nonni così risparmiamo tempo mentre quella cretina si cambia -. Il tempo passò non troppo lento e con un lieve ritardo Francesco Fellini e le sue tre donne partirono dopo che la sorella maggiore ritornò dalla casa dei nonni paterni dove aveva appena lasciato il fratello.

Anna Scotti e Giulia Benfenati erano sedute in soggiorno e bevevano una tisana. L’appartamento della Scotti era arredato con un design ultra moderno e probabilmente molto costoso. Le due non si vedevano da un paio di mesi e spettegolavano amabilmente cercando di recuperare il tempo perduto. Erano entrambe entusiaste di rivedere Marcello dopo tutto quel tempo. Suonò il citofono.

- E’ arrivato lo scrittore! Questo è sicuramente Vittorio… - mentre diceva così Anna premette l’apri porta e sgusciò sulle scale.

Giulia si alzò verso l’ingresso e non riuscì a trattenere l’entusiasmo – ma ci sono anche i miei due tesori? Che sorpresa! – Chiara e Marco corsero verso Giulia e quasi la fecero cadere per terra. I Burr salutarono, e Vittorio dopo aver posato la valigia nella camera degli ospiti fece una tappa al bagno.

- Bambini non iniziamo a farci sgridare – Carla era preoccupata nel vedere i figli correre per il soggiorno di casa Scotti. Dopo qualche minuto Vittorio tornò indossando l’abito per la serata: Paolo lo prese in giro visto che pareva a disagio vestito così elegante. Poi tutti si avviarono giù da basso.

Giulia prese la sua macchina e la seguirono a catena Anna e Vittorio; i Burr conoscevano la strada e stavano davanti: la piccola carovana, finalmente al completo, partì verso il mare.

Se quel giorno aveste avuto una visione satellitare o divina, avreste visto, in una certa parte del globo, una serie di automobili dirigersi verso la stessa meta: una villa annoiata e in bilico su uno strapiombo con in fondo il mare. Avreste visto un’utilitaria nera, con una carrozzeria perfetta e quattro persone a bordo: due giovani coppie in largo anticipo. Avreste notato una familiare grigia metallizzata e, dietro di lei, una vecchia fuoriserie con una famiglia felice nella prima e un terzetto ben assortito nell’altra. Avreste anche adocchiato una jeep con troppe donne di età troppo incompatibili e un guidatore che cercava di preservare la serenità all’interno del veicolo. Poi, poco tempo dopo, avreste visto partire una coppia di avvocati piuttosto rassegnati e un’altra donna aspettare sotto casa un’autista che la venisse finalmente a prendere.

Se invece aveste guardato verso il mare, a un paio di chilometri dalla costa, avreste visto un cabinato, piuttosto piccolo, cullato dal mare.

Quell’imbarcazione la guidava il ventiduenne Leonardo Boccardo: aveva preso la patente nautica da qualche mese e non era stato per nulla facile. Andava piano, non lontano dalla costa: erano ormai quasi due ore che lui, suo padre e sua zia erano fuori e si stava avviando verso la villa. La caletta, da cui si arrampicava la scala tanto ripida e temuta da Claudia, era munita di uno strettissimo molo predisposto per l’attracco di piccole imbarcazioni. Seduta dietro di lui la zia Edna guardava le onde e ogni tanto canticchiava una vecchia canzone che Leonardo non conosceva; ad un tratto dalla piccola cabina, con in mano una bottiglia di champagne, illuminato dal sole, apparve Marcello Boccardo.

Indossava una camicia bianca e un jeans azzurro. I capelli brizzolati che avevano resistito alla calvizia li teneva pettinati all’indietro. Vestiva sempre piuttosto largo per mascherare il ventre dilatato dall’alcol. Aveva un’ombra di barba e gli occhi neri. Era alto quasi un metro ottanta e aveva un portamento fiero. Era curato nel vestiario, sia che si trattasse di una grande occasione e quindi di un grande vestito sia che si trattasse di fare un giro in barca come ora.

Marcello aveva alle spalle cinque decadi e mezzo e un’innumerevole quantitativo di bottiglie vuote, concerti e donne alle spalle. La sorella Edna, di cinque anni più piccola, faceva l’editrice e il figlio, avuto dalla sua prima ed unica moglie, era uno studente di cinema. Il pianista jazz aveva deciso di fare una grande festa nella sua villa al mare con gli amici più cari un paio di settimane prima: era stanco e contento della fine del suo tour. Ed era sicuro di aver scelto bene nel comunicare ai mass media il suo ritiro dai palcoscenici.

Ogni mattina si svegliava e pensava a cosa aveva fatto di buono e a quel che aveva costruito nel corso della sua vita: come prima cosa gli veniva in mente Leonardo, un ragazzo bello e intelligente ma soprattutto buono, dote che a lui mancava. Gli aveva dato soddisfazioni fin da bambino: era uno studente nella media con un grande amore per il cinema e la musica: ogni tanto strimpellava la chitarra e il padre lo accompagnava al piano. Poi come seconda cosa pensava alla sorella che, con i suoi amici di sempre, era ciò che di più bello potesse avere: nonostante fosse lui il primogenito Edna gli aveva sempre fatto da sorella maggiore e lo aveva appoggiato in tutte le sue scelte, da sempre. Come terza e ultima cosa Marcello pensava alla sua musica: ai pentagrammi riempiti di note perfette, agli album che gli avevano donato celebrità e danaro, ai concerti che gli avevano permesso di girare e conoscere il mondo; e a tutte le emozioni che aveva dato e avrebbe continuato a dare alla gente ogni qualvolta, da qualche parte, chiunque stesse ascoltando un suo brano.

Ma c’era anche il rovescio della medaglia. L’alcol era un suo compagno di viaggio fin da quando aveva quindici anni e spesso lo aveva portato nella direzione sbagliata. Da alterato aveva rovinato amicizie e amori, aveva perso soldi e si era anche rovinato la salute. Passava ore e ore al bagno: aveva la flora intestinale completamente sballata e il fegato resisteva a fatica.

La seconda piaga era che la celebrità in parte lo appagava e in parte lo logorava. Erano state dette e scritte molte cose non vere o in ogni caso ingigantite sul suo conto: cattiverie gratuite contro lui e la sua famiglia. Fin da giovane temeva l’opinione pubblica; da piccolo tormentava la madre su cosa la gente potesse pensare di lui dopo una qualche azione. Erano anni che questi pensieri gli intasavano il cervello e lo mandavano in paranoia.

La terza cosa era Matilda Bello. Si erano lasciati da molto tempo. La stampa li aveva in diverse occasioni umiliati e sottoposti ad una gogna mediatica. La madre di Leonardo era l’unica donna che Marcello avesse mai veramente amato e Isabelle era un diversivo per evitare la solitudine e non dover rinunciare al sesso. Pochi giorni prima il figlio gli aveva detto che la madre si sarebbe risposata e il pianista si sentì calare a picco: lei infatti aveva trovato un’altra persona in grado di sostituirlo, lui no; stava con una ventottenne bella quanto cretina. Che fallimento, che sconfitta pensava.

Aveva trascorso la sua vita in termini di vittorie, sconfitte, pareggi. Era troppo competitivo, da sempre, e anche in questa storia si logorava non tanto perché la madre del suo unico figlio si risposasse quanto perché si sentiva il perdente tra i due.

Non parlava con nessuno, nemmeno con Edna, di tutto ciò.

La barca attraccò sotto l’egida di Leonardo e Marcello. I tre poi si incamminarono verso la salita. Lo champagne che avevano stappato in barca li rendeva euforici e Leonardo guidava il gruppo verso la villa. Una volta saliti Edna e Marcello avevano il fiatone ed erano distrutti, il ragazzo li prese in giro.

Isabelle era in giardino che istruiva Claudia su dove sistemare dei fiori appena arrivati. – La prossima volta portate anche me Marcello! – disse l’attrice francese; - Eri così indaffarata per i preparativi che non ti ho voluta disturbare! -.

Boccardo salì una delle due rampe di scale che davano accesso alla casa ed estrasse il telefono, rigorosamente spento, dalla tasca dei jeans. Sentì la segreteria ma l’unico messaggio che prese a cuore fu quello della sua amica Ida; diede a Claudia l’indirizzo della Zeno e le chiese di mandare qualcuno a prenderla poi raggiunse la sua camera al piano superiore. Dopo un bagno non troppo caldo si preparò per la serata.

Il sole stava per salutare tutti, anche quel giorno. La luce più bella in quel luogo era proprio quella del tramonto: la villa era particolarmente affascinante carica di quei colori e pareva una signora elegante adagiata su un divano esausto. Anche il mare catturava dei colori bellissimi in quel momento della giornata.

Tutto tirato nel suo vestito nero Marcello guardava fuori dalla finestra della camera con la vista più bella. Il sole gli illuminava il volto. I suoi occhi guardavano i cavalloni delle onde nel mare mentre si aggiustava il nodo della cravatta. Adorava il mare, specie in autunno e in inverno con quei suoi colori metallici imprendibili. Da sotto sentiva Leonardo suonare la chitarra e Isabelle cantare a ritmo. Che vuoi di più Marcello. Il suo ego parlava tuonante. Nonostante la bella casa in cui avrebbe ospitato a minuti le famiglie dei suoi amici, nonostante l’attico romano che adorava e che abitava durante l’anno, nonostante Isabelle che, chissà quanti gli invidiavano, non era felice. E se non aveva raggiunto né la felicità né la serenità alla sua veneranda età temeva di non riuscire ad afferrarle mai più.

E questo non faceva che aumentare in lui l’ansia e la paura.

Arrivarono i primi invitati.

Luca Anselmi, dopo aver sbagliato strada un paio di volte, riuscì ad imboccare finalmente il vialetto di villa Boccardo. All’entrata, stipata in un piccolo casotto, stava una vecchia signora che quando vide arrivare la macchina aprì il portone e fece cenno di proseguire. I quattro invitati scesero dalla macchina che Luca aveva parcheggiato intuitivamente affianco ad altre tre in uno spiazzo dietro la villa. Il giardino sul retro era selvatico mentre sul davanti pareva ben curato; la casa era davvero molto bella. Un giovane scese un rampa di scale in pietra e gli venne in contro. Era Leonardo, il figlio del padrone di casa, un giovane atletico con i capelli e gli occhi castani vestito con un gessato grigio; conosceva appena Lidia e Anne Sofie: si erano visti un paio di volte, di sfuggita, qualche anno prima. Leonardo gli fece vedere parte del giardino per poi portarli verso un grande dirupo da cui si godeva di una splendida vista marina: era il punto panoramico della tenuta. Subito dopo li fece accomodare in casa: la prima stanza era un grande salone pieno di divani e poltrone con al centro un grande pianoforte e una chitarra appoggiata sullo sgabello. In quel mentre scese dal piano superiore Isabelle Cellier e seguirono brevi presentazioni. Per rompere il ghiaccio la donna li portò in una sala adiacente e offrì loro un calice di bianco. Diego Fede era in brodo di giuggiole: aveva visto la giovane donna in una fiction e non poteva credere di avere una tal bellezza proprio affianco a lui: Anne Sofie non si dimostrò manco infastidita, doveva essere abituata alla cosa.

Mentre ai primi quattro invitati era stato offerto da bere Leonardo prese un cd di Chet Baker e lo mise come sottofondo nel potente impianto stereo.

- Eppure io mi ricordavo la prima a sinistra, sempre dritto e dopo la salita di nuovo a sinistra… – i Burr si erano persi.

Nell’altra macchina Vittorio li prendeva in giro con Anna e Giulia. Paolo innervosito accostò la macchina e chiamò con calma la villa. Ma non rispondeva nessuno. Provò così il cellulare di Marcello che era stranamente acceso: l’amico rispose con voce pacata. – Indovina? Mi sono perso…sono trent’anni che mi perdo – Boccardo rise e prese in giro l’amico quindi gli spiegò la strada per l’ennesima volta. Le due macchine ripartirono e questa volta imboccarono i bivi giusti. Dopo una mezz’oretta anche gli altri ospiti varcarono la soglia del traguardo. C’erano solo quattro macchine parcheggiate dietro la casa: Vittorio riconobbe la vecchia Mg di Marcello, una scassatissima utilitaria che doveva appartenere alla vecchia custode, un suv verdone che era invece il costoso regalo del ventesimo compleanno di Leonardo e una piccola macchina nera che non sapeva a chi appartenesse.

La jeep dei Fellini era nell’area di servizio subito dopo l’uscita dell’autostrada: Francesco stava facendo il pieno e dal vetro guardava Gloria che gli faceva le boccacce. – Dieci minuti e siamo arrivati – furono le sue parole appena risalito in macchina. Stefania pareva essersi rilassata e ad un certo punto squillò il cellulare di Clara: erano i nonni che volevano sincerarsi che il viaggio fosse andato bene. – Max ha già sonno, incredibile no? – erano quasi le otto di sera e dopo aver sorpassato una vecchia ape Francesco guardò alla sua sinistra il mare che si addormentava. Era felice di rivedere i suoi amici e che la sua famiglia fosse lì con lui.

- Le da fastidio se fumo? – questa fu la domanda retorica di Ida Zeno che aveva già acceso la sigaretta; l’autista in ogni caso acconsentì lievemente scocciato.

- Fra una ventina di minuti saremo a destinazione signora - . La donna, ogni chilometro che passava, aveva sempre meno voglia di andare alla festa.

Alla villa nel frattempo erano giunti anche i componenti della band di Marcello: Tommaso era un saxofonista, Jerry suonava la batteria ed Emanuele la tromba. Ma stasera niente musica, ne avevano piene le palle di concerti e affini, non avevano manco portato gli strumenti; il tour era andato bene e loro ne erano felici ma ora bisognava staccare.

I tre suonavano con Boccardo da quindici anni e avevano partecipato a quattro suoi album; avevano tessuto un rapporto in parte professionale e in parte d’amicizia.

Quando anche i Fellini giunsero a destinazione e subito dopo arrivò la macchina che era andata a prendere la Zeno il retro della casa era pieno di auto. Mancavano solo i coniugi Vitti.

Chiara, Marco e Gloria giocavano con un vecchio pallone fuori dal giardino e il cane della villa Jacque, un setter irlandese, correva insieme a loro incuriosito di tutta la gente che stava popolando il suo territorio.

Nel grande salone Giulia, Carla e Stefania parlavano di figli, di lavoro e di Marcello che aveva stupito tutto con la sua dichiarazione alla stampa.

Paolo, Vittorio e Francesco ridevano sguaiatamente con i calici in mano e quest’ultimo arraffava copiosamente dal buffet gli stuzzichini che erano stati predisposti per l’aperitivo. Luca intanto aveva subito stretto un legame con Leonardo ed era affascinato da questo ragazzo così semplice ma allo stesso tempo interessante.

Diego Fede era già al quarto bicchiere e straparlava con Isabelle di una soap opera importata dal Messico in cui c’era una donna incredibilmente somigliante a lei. Le due sorelle Vitti studiavano l’ambiente e non si sganciavano; Anne Sofie voleva imbavagliare il suo ragazzo per le tante cazzate che stava sparando.

Anna se ne stava in disparte con Ida a parlare di un uomo che aveva da poco conosciuto e che pareva essere bravissimo a letto.

I musicisti iniziarono a stringersi intorno a Lidia e Anne Sofie cercando di intessere un qualche dialogo.

Infine arrivarono anche Lucia e Franco che parevano stanchissimi ma composti.

Il cd di Chet Baker era finito e Leonardo prese in mano la chitarra improvissando un brano spagnoleggiante intitolato “El Mariachi”.

Lo spumante scorreva a fiotti e il buffet finì abbastanza in fretta; Isabelle fece suonare il cellulare di Claudia che chiuse il portone e andò in cucina per servire la cena. C’erano tutti.

Marcello, all’ultimo piano, nel bagno più appartato se ne stava seduto sulla tazza da venti minuti. Te la sei cercata tu e tutto il tuo whiskey, sei contento ora? Era la quarta volta nel corso della giornata che intratteneva un rapporto diretto col water e questa volta era in compagnia dei due gatti della sua compagna i quali erano stati segregati nel grande bagno in fondo al corridoio. Sentiva da sotto le voci e le risate e prima ancora aveva sentito le manovre delle macchine sulla ghiaia in giardino.

Marlon era acciambellato nella vasca mentre Brando, che era sempre stato il più ruffiano dei due, gli si strusciava vicino alle gambe. Ogni tanto sentiva abbaiare da sotto Jacque: pensò che quel cane probabilmente stava impazzendo nel vedere tutta quella gente dopo mesi passati ad interagire solo con Claudia.

Finalmente terminò, tirò l’acqua, si lavò le mani si aggiustò il vestito guardandosi nel grande specchio attaccato alla porta. Prima di uscire aprì di una spanna la finestra e sgusciò nel lungo corridoio. Lo attraversò tutto per recarsi nella propria camera, si guardò per l’ennesima volta riflesso nello specchio indi scese al piano di sotto. Prima di imboccare le scale che lo avrebbero condotto dai suoi invitati guardò la precisione simmetrica del corridoio e delle foto che lo ritraevano appese ai muri. Si vide giovane ventenne spavaldo con gli occhiali da sole al mare. Si vide con una lunga barba al ritorno di un interrail con compagni di università. Si vide seduto allo sgabello del suo piano nell’attico di Roma. Si vide bambino con la madre. Ritornò alla foto scattata una vita prima che lo ritraeva al mare con occhiali da sole e sorriso sprezzante: aveva paura di quella foto, all’epoca era certo di avere un futuro e per quello guardava avanti sé sicuro; ora di fronte aveva solo un grande muro. Invalicabile.

- E comunque anche quest’anno le tue previsioni si sono rivelate decisamente… - Vittorio Bernardi si fermò e alzando volutamente il tono di voce disse – Finalmente sua maestà ha deciso di scendere ai piani bassi! – Tutti si voltarono verso le scale e Marcello sorrise alzando le mani in segno di saluto.

Gli invitati si voltarono verso le scale che ormai il pianista aveva terminato; Carla andò fuori a chiamare i bambini e poi tutti, a catena, lo salutarono. Strette di mano, pacche sulle spalle, baci e abbracci. Dopo pochi minuti di convenevoli il gruppo si trasferì nella camera adiacente per cominciare la cena.

Isabelle aveva dato istruzioni precise per la cena molto particolare e gli invitati gradirono le portate d’antipasto. I bambini erano stati sistemati in un tavolino a parte da cui erano liberi di alzarsi tra una portata e l’altra. C’era un gran vociare intorno al lungo tavolo: rumori di posate, di bicchieri. L’entusiasmo era palpabile, tutti parevano molto eccitati. Quando Claudia, un quarto d’ora dopo, ritirò i vassoi vuoti Paolo si alzò ed andò a fumare una sigaretta in giardino: lo accompagnarono anche Vittorio e Marcello che sentivano evidentemente già l’esigenza di muoversi e prendere una boccata d’aria.

- Dovremmo aspettare un altro anno prima di vederci la prossima volta o organizziamo più spesso cene del genere? – Bernardi finita la domanda accese una sigaretta e passò l’accendino a Burr. – Ogni volta è un occasione nuova per renderci conto di quanto stiamo invecchiando… Ma forse se ci incontriamo con più continuità ce ne accorgiamo meno… - Paolo fermò il padrone di casa scherzando: - Parla per te, io sono uguale a trent’anni fa, solo senza capelli e per di più sono il solito pirla di sempre. - Risero e dopo poco Jacque abbaiò richiamando la loro attenzione. – Questo quadrupede da quanto ce l’hai? E’ la prima volta che lo vedo… - la domanda di Vittorio fece divagare il discorso sui cani e dopo poco le sigarette finirono e i tre rientrando incrociarono i bambini che correvano verso il giardino. Burr da genitore apprensivo chiese se il cancello principale fosse chiuso quindi tornò a sedersi. Erano ormai le dieci passate e stava per essere servito il primo.

Emanuele, il trombettista del gruppo, si alzò e incominciò uno di quei terribili ed inevitabili discorsi che accompagnano sposalizi, cerimonie, e feste in generale:

- Sono contento di essere in questa splendida villa stasera insieme ai miei cari compagni. Conosco Jerry e Tommaso dai tempi del Conservatorio: allora eravamo giovani sfigati senza un soldo che speravano in una botta di fortuna: quella botta è arrivata parecchi anni fa quando abbiamo conosciuto quello stronzone seduto a capotavola che ci ha dato l’occasione di girare con i nostri strumenti su palchi celebri e meno celebri ma soprattutto che ci ha consentito di formarci come musicisti e di lasciare un contribuito fondamentale nei suoi album. Stasera ho conosciuto soltanto parte dei suoi amici e mi sembrate tutte persone magnifiche, buon proseguimento e che possa essere un ottimo ricordo per tutti noi questa serata insieme. – Seguirono applausi poi Tommaso si alzò e scherzò dicendo: - vorrei precisare che nonostante i grandi passi avanti fatti nel mondo della musica rispetto a quando eravamo giovani ancora oggi non abbiamo un soldo, forse è l’unica cosa che non è cambiata! – Emanuele e l’amico risero guardandosi complici.

Tutto procedeva senza intoppi. Come previsto. Il cibo servito fu molto apprezzato, il vino inebriò presto gran parte della tavolata e tra ricordi, progetti per il futuro, risate e aneddoti imbarazzanti il tempo scorreva leggero e veloce. Arrivò presto la mezzanotte. I bambini furono fatti rientrare in casa e Isabelle entrò in sala da pranzo accompagnata da Claudia: spingevano un carrello che ospitava una grandissima torta con sopra disegnata la sagoma di un pianoforte visto dall’alto.

Tutti applaudirono l’entrata trionfale di questo dolce e arrivò il momento del secondo e ultimo discorso della cena, quello di Marcello:

- Ieri ho annunciato il mio ritiro dal palcoscenico. Non l’avevo confessato a nessuno prima perché non volevo essere consigliato sul da farsi, doveva essere una decisione totalmente mia è così è stato. A mio padre, poco prima che morisse, mi ricordo di avergli raccontato, con commozione, di tutte le volte in cui mi sono seduto sullo sgabello del piano e, accompagnato dal silenzio della platea, iniziavo a suonare; voglio dire anche a voi stasera che forse i momenti più intensi sono stati proprio quei secondi di silenzio assoluto che precedevano l’inizio di ogni concerto. Ma nonostante tutto credo di dovermi fare da parte, voglio che i giovani fioriscano e con tutte le teste bianche che ingombrano il mondo della musica, del cinema, della letteratura e anche della politica, beh non è facile, per loro, emergere. Io volevo ringraziarvi perché pensandoci bene sono cinquantacinque anni che non lo faccio; sono sempre stato troppo preso da me stesso e non voglio cospargermi il capo di cenere per sentirmi dire le solite cose, lo faccio solo perché è ora. Il mio egoismo è stato immenso, grande quasi solo quanto la mia infedeltà e la mia arroganza che, miscelata all’ambizione sfrenata, mi ha reso più volte subdolo ed opportunista. Volevo ringraziare i vivi e i morti che mi hanno accompagnato durante il corso della mia vita: due cose buone le ho fatte ne sono certo e ogni mattina, svegliandomi, me le ricordo: una sta seduta lì in mezzo a voi, si chiama Leonardo ed è un ragazzo normale, questa è la sua forza: la normalità, l’equilibrio, la sobrietà. Io non lo sono stato mai normale e da giovane ero contento di questo, oggi ne sono così pentito invece… La seconda buona cosa che è venuta fuori dalla mia testa e dal mio cuore sono gli album che ho composto e tutte le volte che ho regalato qualche minuto di evasione a chi mi ha ascoltato suonare. Dicevo prima della normalità: ricordo una vecchia canzone che faceva l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale, aveva ragione chi ha scritto questo verso e io ci ho messo cinquant’anni a capirlo. Come vorrei ricominciare cari amici, come mi piacerebbe tornare ad essere alto poco più di un metro e camminare tenendo la mano di mia madre. Come vorrei imparare di nuovo a leggere, a scrivere, a fare i conti e ad essere entusiasta delle piccole cose che fanno felice un bambino. Come mi piacerebbe avere come meta del giorno un giro in bicicletta con gli amici, dopo la scuola. E poi il liceo che ai tempi volevo finire tanto in fretta e che ora rimpiango come un fesso: pagherei una cifra incalcolabile per poter rivedere Francesco, Vittorio e Paolo sbarbati e incapaci, spensierati e allegri, preoccupati solo dell’interrogazione dell’ultima ora. Ci siamo divertiti tanto insieme, le gite purtroppo non torneranno più: fumare o bere di nascosto non ci accadrà più; l’ansia di prendere la patente per andare poi chissà dove non ci pervaderà ancora. Ho studiato per dare esami all’università e laurearmi. Ho fatto un figlio con una donna con la quale mi sembrava impossibile lasciarmi; dopo essere rinato una seconda volta e aver ripercorso tutte le tappe fondamentali della vita con Leonardo, dopo aver divorziato, ora che il mio ragazzo è adulto e bada a se stesso e ora che Matilda si risposa che senso ha andare in giro per concerti o riempire pentagrammi? No, non ne ho più voglia amici. Non ho più voglia di giocare con il cane, di mettermi a cucinare per un grande evento, di sottostare alle abitudini che incombono severe sui nostri giorni. Non riesco manco più a sognare, che guaio, vero? La serenità non abita in me, tanto meno la felicità…E che devo fare carissimi? Aspettare che vent’anni passino in un lampo e mi tramutino in un vecchio rompicazzo insopportabile? Se lo sono già adesso figuriamoci un domani. Non ho più voglia di leggere i giornali e vedere che qualcuno si fa beffe di me. Già perché per ogni articolo che elogia la mia musica, i miei concerti c’è ne un altro agli antipodi che mi declassa e mi sgonfia dicendo che ho avuto solo tanta fortuna o peggio attaccandomi come persona, dandomi dell’alcolizzato, dicendo che la mia ex moglie mi cornificava perché ero impotente, dicendo che la bella Isabelle mi sta intorno solo per i soldi e quel po’ di notorietà. Non ho mai cessato di vergognarmi da quando dieci anni fa, quando ero ancora sposato, uscì quello scoop su una mia avventura extraconiugale: vi ricordate? Ne parlavano e ne scrivevano tutti. Voi avete sempre fatto finta di niente, come se non fosse mai accaduto nulla ma io non l’ho mai dimenticato. Che vergogna per mia moglie e per mio figlio. Che infamia: appena si presenta l’occasione c’è sempre qualche giornale pronto a ritirare fuori quella storia. Quella volta ho dato il colpo di grazia a Matilda che si allontanò da me, più di quanto già non fosse. Non ho voglia di invecchiare ancora. Non c’è entusiasmo né voglia di continuare ma ho sempre considerato male chi si toglie la vita e non potrei mai farlo, lo sapete: il fatto è che speravo che ci pensasse il destino a togliermi di mezzo, o le bottiglie che tanto mi hanno accompagnato.

E invece sono ancora qui a guardare lo squallore riflettersi nei miei occhi. Intrappolato con la voglia di spegnere tutto questo circo e con la volontà di perdermi totalmente in me stesso e non uscire più dal labirinto dei miei pensieri angosciosi, dei miei timori, delle mie contraddizioni, delle mie tristezze. Ho parlato troppo mi sa…su dai mangiate la torta, i bambini si sono sorbiti tutti questi paroloni e ne avranno le palle piene poveri piccoli…- Marcello si avviò verso la torta e chiamò a sé Chiara, Marco e Gloria; i tre corsero verso di lui che con la paletta prediposta per il taglio del dolce divise in quattro parti la glassa a forma di pianoforte che sovrastava quella delizia, poi servendola ai tre ragazzini disse – Da piccolo era la mia parte preferita, ce la dividiamo? -.

I figli di Paolo e Carla, con Gloria, erano gli unici non scossi dopo il discorso ambiguo e del tutto inatteso di Marcello: mangiavano la glassa della torta e scherzavano su un divano in sala. Claudia si butto nelle faccende domestiche. I Vitti decisero di intrattenere una riunione famigliare con le figlie e i rispettivi fidanzati per rompere l’imbarazzo che regnava nella casa. Leonardo era andato al piano di sopra a cercare di consolare Isabelle che, di nascosto, era sgusciata via a metà discorso e che ora piangeva al piano superiore. Vittorio sembrava distrutto, più cupo del solito. Carla, Anna, Giulia e Ida optarono per una sigaretta che stemperasse gli animi e i tre musicisti le accompagnarono. Edna pareva stordita e si mise a tagliare la torta, da sola. Francesco si diresse verso l’amico pianista, insieme a Paolo che parlò così: - Perché tutto ciò? Non capisco…davvero…è perché sei venuto a sapere che quell’idiota di Matilda si risposa? - Paolo era l’unico a cui era consentito parlare in questi termini della madre di Leonardo. – Ma no, è una delle tante cose, non certo solo questo. -. Francesco prese la parola: - Marcello io non ho capito un cazzo di quel che hai detto, la morale qual è? Poi mi fai imbestialire sei un musicista di prestigio, hai i soldi, una bella donna e stai qui a piangerti addosso…piuttosto dovresti andare a chiedere scusa a Isabelle che non sembra aver gradito moltissimo il tuo verbo…ma poi ripeto, dove vai a parare con un discorso del genere, dove? – Marcello finì con un ultimo morso la glassa che aveva diviso con i bambini: - Da nessuna parte, hai ragione faccio male a lamentarmi, non mi so accontentare vero? Sarà anche questo il motivo della mia apatia. – Edna servì la torta ai tre. Poi Luca Anselmi, con Lidia, si avvicinò: - Chiedo scusa signor Boccardo, noi dopo la torta andremmo, è stato un grande piacere conoscerla, vedrà che i periodi incolore passano come tutto il resto… -. Boccardo salutò i giovani ospiti, ai quali si erano accodati i coniugi Vitti e Diego Fede, che ormai ubriachissimo parlava a voce altissima con Anne Sofie. Franco, l’avvocato di Marcello, gli parlo qualche minuto prima di lasciare la casa: gli diede il numero di un medico che era riuscito a toglierli, dopo una cura lunga e snervante, la voglia di bere; adesso che non beveva più fisicamente stava meglio ma l’astinenza non era riuscita a salvare il suo matrimonio: Boccardo apprese per primo del prossimo divorzio dei Vitti e i due seguitarono il discorso in giardino, passeggiarono fino alla macchina senza scambiarsi le solite parole scontate. Erano due uomini stanchi, tristi: Franco si era fatto promettere una telefonata nei prossimi giorni per una chiacchierata infinita. Luca Anselmi dopo aver inforcato gli occhiali accese le luci e il motore della sua macchina e Diego Fede, di dietro, crollò in un sonno mastodontico con la testa appoggiata sulle gambe della ragazza che amava. Lidia era stanca e contenta di andare via da quella casa: le cene troppo diplomatiche la riempivano d’ansia, in più c’erano i loro genitori a monitorarli quella sera e Boccardo doveva essere un mezzo svitato, aveva distrutto la bella serata con il suo discorso.

Lucia Vitti strinse il jazzista in un abbraccio e salì sulla macchina del marito che non sopportava più. Un colpo di clacson di Luca, un cenno dal finestrino di Franco e le due macchine vennero mangiate dal buio che circondava la villa. Jacque li salutò abbaiando e rincorrendo le macchine per qualche metro.

Era l’una.

Edna salutò gli invitati dichiarandosi stanca del pomeriggio in barca e della cena. Prima di salire le scale guardò con rimprovero e sconforto suo fratello, quindi si infilò sotto le coperte. Secondo i piani prestabiliti i Burr e la loro prole sarebbero rimasti a dormire alla villa così come Francesco e Stefania che stavano sgridando Gloria perché non voleva andare a dormire mentre l’altra loro figlia Clara, annoiatissima, non vedeva l’ora di ritirarsi con la sorella in camera e tornare a casa l’indomani.

Isabelle, molto composta e rigenerata dal trucco, scese le scale con Leonardo e consumò la sua fetta di torta; poi molto diplomaticamente salutò uno per uno gli invitati rimasti augurando a chi un buon rientro, a chi una buona notte; quindi ignorando completamente il compagno lasciò il salone e si chiuse in camera in sola compagnia di Marlon e Brando, ormai stufi di gironzolare per il bagno.

Nel frattempo, nel punto panoramico della villa, all’esterno, una combriccola formata dai tre musicisti e dalle non più giovani amiche di Marcello vociava allegra quasi a voler sotterrare il peso del discorso precedente. Ida passò la canna a Jerry che stupito fumò. Tommaso commentava la splendida vista notturna e senza badare ai non pochi anni che lo separavano dalla donna, ci provava spudoratamente con Giulia che non aveva comunque mai perso un suo fascino. Emanuele, che aveva esagerato con il liquore alla liquirizia, straparlava di un film giapponese con Anna che sembrava divertirsi molto.

Vittorio invece prese sotto braccio Leonardo e gli chiese di fargli vedere il suo suv, che voleva comprarsene uno anche lui per Natale; il giovane, accomodante come sempre, prese le chiavi della macchina e parlando di marmitte e cilindri i due si avviarono verso il retro della villa.

I bambini furono messi a dormire. Francesco intraprese un altro discorso strampalato e di ammonimento nei confronti dell’amico musicista dicendogli che doveva ritenersi appagato e non doveva più far piangere Isabelle; Marcello rispondeva a monosillabi e sembrava lo volesse solo assecondare, poi, Stefania reclamò il letto e Carla ne approfittò per chiedere anche a Paolo di salire al piano di sopra: quest’ultimo si grattò la pelata, diede una pacca sulla spalla agli amici rimasti e acconsentì alla richiesta della moglie. – Ci vediamo domani ragazzi: Marcello vai a salvare i tuoi musici dalle grinfie di quelle tre affamate…- Ci fu il tempo di un’altra risata e poi il salone si svuotò. Si sentiva solo il rumore di Claudia che, in cucina, armeggiava con i piatti sporchi.

Marcello uscì e raggiunse il gruppo più vivace della serata. Ida gli venne in contro vedendolo arrivare: - Tieni Marcellino fatti un tiro, come mai ci hai messo tanto a farci conoscere questi ragazzi così di compagnia? -. Jerry cantava una canzone di Sinatra con voce baritonale e poco dopo Anna suggerì che sarebbe stato bello andare a fare un giro nel paese vicino; diceva che di notte c’era un atmosfera particolare e la sagoma del promontorio era da vedere assolutamente. La banda di ubriachi si diresse verso le macchine. Chiesero a Marcello di andare con loro, ma lui ringraziò e salutò gli amici proponendogli di andare con una sola macchina e di far guidare Tommaso che pareva il più sobrio. Giulia lasciò la macchina parcheggiata nel retrò della villa e diede le chiavi all’amico: - Me la spedisci domani in qualche modo? Se guido stasera la vedo grigia -; Marcello sorrise e la rassicurò: lo stesso autista che era andato a prendere Ida le avrebbe riportato la macchina, domani mattina stessa l’avrebbe fatto avvisare da Claudia. Tutti e tutte abbracciarono il pianista e in particolare Ida gli suggerì di non accantonare la musica, che l’avrebbe salvato dallo sconforto e dalla crisi di turno. Finché comporrai, finché le tue dita accarezzeranno una tastiera tutto avrà avuto un senso. Le parole dell’amica erano molto affettuose e il destinatario era contento di aver forgiato quella compagnia strampalata che si sarebbe diretta a vedere l’alba nel paese vicino.

La macchina sgommò alzando molta polvere. Marcello la salutò con la mano.

Leonardo e Vittorio rientrarono e il giovane strinse il padre prima di andare a dormire. Poi Vittorio si adagiò sullo sgabello vicino al grande pianoforte e guardò il padrone di casa con uno sguardo enigmatico e un po’ stordito. – Sai, oltre a Leonardo e alla tua musica l’hai fatta un’altra cosa buona io credo… -. Marcello si stravaccò su uno dei divani. – Mi hai donato un’amicizia granitica e piacevolissima, non è cosa da poco, credimi vecchiaccio…-

I due parlarono a lungo. Soprattutto del passato. Poi Vittorio, che nel frattempo si era adagiato sul divano parallelo a quello dell’amico, si era addormentato.

Claudia entrò nella stanza e a bassa voce disse: - Ha bevuto troppo il vostro amico? – Boccardo si alzò e si sistemò i pantaloni: - Evidentemente si…mentre parlavamo è crollato, ma non stiamo a svegliarlo spegniamogli solo la luce e domani al massimo si ritroverà un mal di schiena a fargli compagnia -.

Anche al piano di sotto tutte le luci si spensero. Claudia salutò il signor Marcello e dopo aver chiuso il portone principale della villa si diresse verso la sua abitazione con Jacque che la seguiva contento di andare a dormire dopo una giornata così diversa e affollata rispetto alle altre. – Claudia, domani qualcuno dovrebbe portare la macchina alla signora Giulia che non se la sentiva di guidare e l’ha lasciata qui…ci pensi tu? – Va bene signor Marcello, buonanotte -; la vecchia stava per scomparire nel buio del giardino quando Marcello le parlò ancora – Claudia non è stata una bella serata vero? – Lo è stata invece, a suo modo, vada a dormire ora che è stanco! -. Si sentirono i suoi passi sulla ghiaia svanire. Grazie Claudia pensò l’uomo.

Erano ormai le cinque e mezza del mattino e il buio iniziava a farsi meno fitto.

Marcello Boccardo passeggiava nel giardino della villa con le mani nelle tasche degli eleganti pantaloni. Non aveva sonno. Affatto. Si sedette sui gradini di uno dei due scaloni che portavano all’interno della casa, la pietra era fredda: trascorse qualche minuto seduto lì a riflettere quindi si alzò verso il punto panoramico della casa. Mentre si dirigeva diede un calcio al pallone che i bambini avevano lasciato in mezzo allo spiazzo. Guardò il panorama perfetto: l’alba marina, incantevole. I suoi occhi neri scrutavano le onde e i primi raggi del sole che avrebbe presto svegliato il mondo; c’era una luce molto particolare e il mare era decisamente mosso. Fin da bambino la cosa che più amava era proprio guardare il mare, per ore. Si girò verso la villa e guardò le imposte chiuse e la porta che dava sul salone accostata e con le chiavi dentro; poi si avviò verso la scaletta in pietra che portava alla spiaggia. Bisognava scendere con calma per evitare di cadere; dopo qualche gradino fissò il punto in cui, tempo prima, era caduta Matilda, il suo sguardo cadde sulla sporgenza che aveva fatto inciampare la donna: tutto sommato era stata fortunata, la scala era così ripida che un movimento brusco o uno sbilanciamento del corpo l’avrebbe portata a cadere di sotto facendola così sfracellare sul piccolo molo dove ora era attraccato il piccolo cabinato. Gradino. Gradino. Gradino. Gradino. Arrivò infine alla caletta ed ebbe conferma di quanto il mare fosse effettivamente mosso: raccolse un sasso e lo lanciò lontano, nell’acqua. Fece qualche altro passo e si sedette sul molo in legno con le gambe ciondoloni spruzzate dalle onde. Poi si alzò il vento. Gli venne in mente quel suo brano intitolato appunto Io e il vento, composto molti anni prima, uno dei suoi preferiti. Era ormai metà maggio e nonostante la temperatura non fosse per niente elevata Marcello fece una delle sue tipiche cose: fin da giovane era solito, di colpo, quando nessuno se lo sarebbe aspettato, buttarsi in acqua. Che fosse un fiume, un lago o il mare non importava. Che fosse inverno o estate neppure. Una volta si era pure preso una febbre fortissima per colpa di uno di questi colpi di testa; ma anche quella volta non ci stette molto a pensare: salì sul cabinato e lasciò cadere giacca, scarpe e pantaloni nell’interno dell’imbarcazione, poi si tolse tutto il resto. Ecco un uomo di cinquantacinque anni in boxer, sul ciglio di una piccola imbarcazione che, all’alba di una bella giornata di maggio, con un mare non dei migliori, si tuffa nell’acqua fredda. Le onde lo tiravano verso riva ma Marcello andò mezzo metro sottacqua e sbracciando si portò più a largo. Vedeva la barca del figlio sbattere contro il legno a cui era legata. Vedeva i gabbiani, probabilmente appena svegli, volare sopra lui. Intravedeva l’ultimo piano della sua villa. Il freddo iniziava a farsi sentire nonostante fosse solo da un paio di minuti in acqua. Poi ritornò, questa volta accompagnato dalle onde che lo spingevano nel senso giusto, alla barca; prese un asciugamano e, infreddolito, con la pelle d’oca, si asciugò rapidamente. Rientrò nell’abitacolo da dove aveva appena preso qualcosa per asciugarsi e aprì il mini bar affianco al timone agguantando una birra, infine si tolse i boxer fradici e si infilò i pantaloni e la camicia sbottonata. Quando riuscì per sistemarsi il gilet e la giacca, aprì la birra e si tirò dietro la piccola porta che chiudeva l’abitacolo; il rumore di quest’ultima fu seguito da un frullio d’ali: due gabbiani che zampettavano a prua spiccarono il volo spaventati e Marcello osservò i due uccelli bianchi prendere il volo verso il mare aperto; ad un tratto uno dei due continuò a volare verso il mare aperto mentre l’altro girò e volò in direzione opposta, verso la terra ferma. Ben presto l’uomo non riuscì più a seguire le traiettorie che disegnavano nell’aria i due volatili e vide scomparire il primo verso il sole che ormai era alto e poi il secondo che, addentrandosi nell’entroterra, non si rese più visibile. Marcello Boccardo guardò di nuovo la prua della barca da cui erano partiti i due gabbiani e chiuse gli occhi immaginandosi la splendida prospettiva aerea di cui lui non poteva godere se non con gli occhi della fantasia.

Il gabbiano che era andato alle sue spalle, verso la terra ferma, aveva visto case, ponti, strade imperfette, milioni di alberi e forse aveva pure incrociato la macchina dei suoi amici che, dopo aver smaltito la bevuta godendosi l’alba, stavano rincasando senza fretta. Poi aveva visto Matilda provare un stupido cappello con cui sarebbe andata all’altare e che le stava malissimo: meglio così pensò. Aveva visto campi di grano, fiumi inquinati, gente stupida e invidiosa ma anche coppie di innamorati. Aveva scorto l’amore cattivo e geloso, l’amore prepotente e, dopo poco, era tornato, come sempre verso la sua solita meta: le onde.

Il gabbiano che era andato verso il mare aperto aveva visto una grossa piattaforma galleggiante, una petroliera lercia e puzzolente e poi il blu. Soltanto il blu. Blu. Blu. E ancora blu. Non voleva più ascoltare l’istinto di sopravvivenza che lo richiamava a riva. Continuava a volare e a fluttuare verso l’immensità. Ormai non distingueva più la linea dell’orizzonte di fronte a sé: non capiva più quale fosse il cielo e quale il mare.

Marcello aprì di scattò gli occhi e per qualche istante non vide il paesaggio che lo circondava fino a qualche istante prima: era certo di vedere intorno a sé soltanto un accecante blu. Aveva la certezza che questo incanto fosse reale ma poi, purtroppo, le cose ripresero le forma a cui era abituato.

Era comunque contento di essere stato circondato da quell’immensità anche se solo per brevissimo tempo. Tutto ciò che vedeva ora era come lo ricordava prima di chiudere gli occhi e mentre passeggiava sulla caletta, verso la scala che l’avrebbe riportato a casa, guardò rilassato le conchiglie che la mareggiata aveva portato poco prima.

Si sentì rigenerato.

Era stato immerso nel blu: aveva visto l’immenso. L’aveva prima immaginato e poi, per una frazione di secondo, l’aveva toccato, era intorno a sé, ne era certo.

Il rumore del mare lo accompagnava mentre saliva i gradini scavati nella roccia. Ogni tanto si fermava, socchiudeva gli occhi e si ritrovava quell’enormità a portata di mano. Chiunque l’avrebbe sentito raccontare questa storia probabilmente l’avrebbe guardato storto o con un filo di compatimento. Ma comunque lui non lo avrebbe mai detto a nessuno. Il mare era l’unico spettatore di quest’alba così perfetta e ad ogni onda, sprigionando la sua voce interminabile, non faceva altro che ripetergli, mentre lui arrancava sulla scala, che sarebbe rimasto un segreto.

Fra loro due e basta.

Per sempre.

Marcello sapeva che sarebbe stato così.
E contateci anche voi che lo sarà. Promesso.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

sono diventata miope perché era veramente infinito ma complimenti..è scritto benissimo! Nonostante sia lungo è cmq veloce...aspetto il prossimo! ciao Giada

Anonimo ha detto...

i racconti di lucio sono quasi sempre:infiniti,veloci ed estremamente coinvolgenti e belli.
ciao!