martedì 20 giugno 2006

Working Vibes - Intervista esclusiva

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it


I Working Vibes non hanno certo bisogno di presentazioni: il loro nome e la loro musica, nell’ultimo quinquennio, si sono velocemente fatti largo nel variegato panorama della reggae music italiana. Impossibile, oggi, ignorare questi musicisti, che occupano un posto centrale negli indomiti circuiti della musica indipendente, in questa altrimenti disastrata penisola. Impossibile, per la verità, non farsi contagiare dalla simpatia della band, che si è sottoposta con grande disponibilità alle nostre domande di neofiti. Sono ragazzi che guardano dritti negli occhi e considerano la musica una missione (il che, sotto la tirannia di “Music farm”, certo non guasta). Li abbiamo incontrati in occasione del loro concerto del 6 Maggio a Pisa, nell’ambito del quale hanno diviso il palco con i leggendari Bluebeaters di Giuliano Palma. Ecco il risultato della nostra chiacchierata.

4rum: Per iniziare presentate i Working Vibes e, per chi non vi conoscesse, fate un piccolo “riassunto delle puntate precedenti”.
WV: Quello dei Working Vibes è un progetto musicale che nasce nel 2001: ha a che fare con la reggae music e parte da un gruppo di ragazzi provenienti da diverse zone d’Italia, ma che hanno base a Pisa. L’intento è quello di suonare reggae music, portandola anche al di fuori della Toscana, attraverso un linguaggio che negli ultimi 5-6 anni si è evoluto parecchio.

4rum: Una cosa molto particolare che si percepisce nei vostri live è la volontà, oltre a dar vita al progetto musicale, di creare una “comunità”, indipendente rispetto al circuito della musica ufficiale. Questo aspetto di condivisione, che è presente nel reggae ma anche in generi come l’hip hop, è solo un elemento di facciata che nasconde delle reali rivalità, oppure è una cosa che sentite?
WV: Noi siamo un gruppo di persone accomunate dallo stesso interesse, e cerchiamo di andare verso un'unica direzione, che è al tempo stesso “missione”: per noi suonare è necessità. Quindi siamo contenti di trasmettere ciò dal palco, sia musicalmente sia visivamente. Se questo viene recepito e riusciamo ad andare avanti, dal nostro punto di vista non c’è nessun problema, né nei confronti della scena, né nei confronti di chiunque altro voglia creare attrito tra noi ed il resto. I nostri testi parlano chiaro. Se ci vedi, ci vedi suonare con piacere e voglia di farlo, e se ci sono persone che ci seguono vuol dire che i semi del nostro lavoro germogliano. In fondo fa parte della musica reggae essere legati ad una realtà un po’ più “underground”, ad un discorso che si stacca dal circuito ufficiale. Il reggae è una musica che nasce dalla strada, proprio come l’hip hop, e dunque nessun amante del reggae può dimenticare le proprie radici. Noi, come chiunque sia appassionato del genere, cerchiamo di tener vivo appunto il fuoco delle radici: non manchiamo mai alle dancehall ed in generale cerchiamo di essere partecipi in tutte quelle occasioni che, per quanto poco pubblicizzate,
sono conosciute da chi segue il reggae, conosce quei luoghi di ritrovo, apprezza quei protagonisti. La cosa buona del reggae è quella di riuscire a rimanere fedele ad un certo tipo di musica, anche quando passa determinati confini di genere: sebbene il pubblico possa aumentare, come per Damian Marley o i Sud Sound System, si suona sempre e comunque reggae e si trasmette il relativo messaggio. La radice è sempre quella.

4rum: Chuck D disse una volta che il rap era nato come momento di fratellanza, e che poi era degenerato in pura facciata, dietro alla quale si nascondevano storie di spaccio, gangster, prostitute. Il reggae in qualche modo non rischia un’involuzione analoga, diventando solo “mare, sole ed erba” e perdendo il suo contenuto politico?
WV: Quest’ultima è l’altra faccia della medaglia, quella che vedono tutti coloro che non sono appassionati e non partecipano a questo circuito. Chuck D, con i Public Enemy, faceva un discorso di militanza, e si schierava in modo assai netto. Noi non siamo schierati politicamente sul palco, non diciamo “vota a destra o vota a sinistra”, ma cerchiamo piuttosto di denunciare ciò che non ci piace della realtà, anche politica, a prescindere dal “colore”. Il tutto sempre cercando di creare una certa positività: a noi fa più piacere un sorriso di una persona, visto dall’alto palco, che un complimento ricevuto a fine concerto. Sono cose sincere e vere: questo vuol dire reggae, vuol dire passione. Il genere, poi, proprio da un punto di vista geografico si è prestato a contaminazioni: la Giamaica, essendo molto vicina all’America, risentiva sicuramente dell’hip hop; molti cantanti giamaicani subirono questo processo, andando negli States a conoscere tale scena. E dall’hip hop si sono avute anche influenze negative, dagli scontri a fuoco alla droga. Questa commistione è durata per un periodo relativamente breve, coincidente con gli anni ’90: le sonorità sono molto belle, ma i testi scadono per pesantezza ed eccessiva aggressività. Molti cantanti giamaicani si sono convertiti al rastafarianesimo per fuggire da questa situazione. Ma alla fine a prevalere è stata la “radice”, e si è avuto un ritorno al puro: tanti nomi, come Tony Rebel, si sono riavvicinati ad uno stile che diverta e informi attraverso messaggi positivi.

4rum: Una caratteristica del reggae è proprio partire dal brutto della società per poi dare una speranza; la musica diviene momento di sfogo, ma anche modo per affermare la propria presenza. Se doveste indicare ad una persona che non conosce il vostro genere qualche riferimento (fatta eccezione per l’arcinoto Bob Marley) per accostarsi al reggae, che nomi fareste?

WV: Bob Marley non è così conosciuto come sembra. Certo, tutti conoscono “Legend”, ma Marley ha un sacco di storia e musica che non è così famosa come il suo nome. Siamo appassionati di roots, per cui un grande nome è quello di Burning Spear; poi ci sono i gruppi inglesi degli anni ’70 come gli Steel Pulse, c’è Gregory Isaacs... insomma, i nomi sono molti. Ma la cosa buona è cominciare a sentire basso e batteria nella pancia, e poi “prendere l’autostrada per il piacere". (ridono)

4rum: Voi siete un gruppo giovane non solo anagraficamente, ma anche relativamente all’esperienza musicale; come siete stati aiutati, nei vostri primi anni da artisti, a livello locale e provinciale?
WV: Specialmente Massi, che conosce persone da Milano alla Sicilia, ha tanti contatti e tanti amici che ci hanno dato la possibilità di esprimerci in varie città. In particolare, poi, abbiamo trovato l’agenzia MetaMusic di Zaccardi, che ha creduto in noi: dimostrando quanto valiamo abbiamo iniziato una “gavetta”, che continua anche con la serata di stasera, in cui apriamo lo show dei Bluebeaters. Fare tutto da soli non è semplice, e anche se vieni aiutato da chi crede in te non meriti certo minor rispetto. La corsa (se di corsa si può parlare, dato che noi la viviamo molto tranquillamente) è innanzitutto con noi stessi: per un gruppo che nasce così, a livello locale, è importante in primis imparare a fare bene ciò che si fa. Poi le cose vengono da sé.

4rum: Un sogno: se doveste fare una collaborazione con un gruppo o un’artista che stimate particolarmente, chi scegliereste?
WV: Beres Hammond, cantante giamaicano “vecchia scuola” dalla voce molto soul, che poco tempo fa ha tenuto uno splendido concerto a Firenze. E magari Bob Marley!

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