giovedì 4 gennaio 2007

The Styles - Intervista esclusiva

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

Tempo fa, un noto sceneggiatore di Hollywood decise di fare un esperimento: si piazzò fuori da un supermercato di Los Angeles, fermò le prime dieci persone che uscivano e chiese loro: “Allora, a che punto è la tua sceneggiatura?”. Nove persone su dieci risposero: “Chi ti ha detto che sto scrivendo una sceneggiatura?”. Ora, lo stesso esperimento potrebbe essere fatto all’uscita di qualsiasi locale di musica “alternativa”, chiedendo a un qualsiasi ragazzino vestito da mod: “Allora, come va la tua band indie The qualcosas?”.

Insomma, non ci siamo ancora stufati di tutta questa musica irresistibilmente retrò? La mia risposta è: sì e no. Certo, il fenomeno ha assunto i preoccupanti contorni di una moda di massa, e questo non può che dispiacere. D’altra parte, in mezzo a tutto questo polverone, capita anche di riconoscere un progetto molto interessante, che merita un po’ d’attenzione: questo progetto si chiama The Styles.

In pochi mesi di attività, gli Styles hanno raggiunto una serie di importanti traguardi, sfornando singoli di immediata presa, portando la loro musica in giro per l’Italia, accompagnando in tour i Babyshambles, allargando la cerchia dei loro ammiratori. Ad oggi, è impossibile sapere se il fenomeno sia destinato a durare. Personalmente, so solo che la loro musica mi piace, e questo è ciò che mi ha spinto a contattarli per porre qualche domanda. Ed ecco le risposte di Guido.

Pietro Ortolani: Visto che siete molto amati dal pubblico di internet, voglio partire dal vostro uso dei mezzi di comunicazione: non era meglio il sistema di una volta, quando il computer non esisteva e le ragazzine ti aspettavano per ore davanti all’albergo? E non ti fa un po’ incazzare il fatto che tutti possano scaricarsi illegalmente i vostri pezzi senza darvi un soldo?

Guido: La presenza di ragazzine fuori dagli alberghi non ha niente a che vedere con il computer.

Per quanto riguarda il download pirata, io sono completamente a favore della cosa. la musica ha chiaramente un valore culturale nella società e in base ad esso deve essere accessibile a tutti e gratuitamente. L’industria musicale dovrebbe essere grata a internet che ha ampliato enormemente il numero di persone che si interessano di musica.

PO: A proposito di ragazzine adoranti, gli Styles hanno diviso un tour con i Babyshambles: raccontaci una cosa qualsiasi, purché trasudi sesso, perdizione e Kate Moss.

G: Non tutto quello che succede nei backstage è fatto per uscirne. Preferisco parlare di quello che succede sul palco. No gossip. E Kate Moss non ha niente a che vedere con la musica.

PO: Va bene, parliamo di musica. Un altro aspetto interessante degli Styles è la vostra scelta di fare una serie di concerti nella stessa città, toccando vari locali in pochi giorni. Volete cercare di raggiungere il maggior numero di persone possibile, o semplicemente non vi piace l’autostrada? Continuerete con questa strategia anche nel 2007?

G: Finchè ci sarà possibile suonare in club con prezzi di ingresso accettabili, sì. La formula ci ha portato benissimo sia per Rimini, dove le date sono state 22, che per Roma, solo 4, ma molto intense… la gente capisce che vuoi creare un legame vero con la città, la sua scena, che non capiti lì solo perché ti hanno chiamato a fare una data.

PO: Vi piacciono i locali di musica dal vivo nei quali suonate? Vi sentite valorizzati, incontrate una buona risposta di pubblico, oppure odiate i concerti e preferireste starvene chiusi a registrare per mesi?

G: Il live è vitale per questa band. Io vorrei suonare tutti i giorni. Ma la scena rock è quella che è in italia… fottute cover bands!

PO: Il vostro retroterra musicale è – correggetemi se sbaglio – decisamente “anglofono”, con riferimenti all’indie, al garage rock, ai primordi del punk. Non vi sentite affatto influenzati dalla musica italiana, oppure c’è qualcosa che apprezzate? Puoi fare qualche nome?

G: La musica italiana non esiste, è gigi d’alessio…
Gli italiani che fanno belle canzoni si ispirano completamente alla musica anglosassone. Anzi, gli unici a essersi spinti oltre la pura imitazione, pur creando materiale di alta qualità sono gli Oliver Onions. (Anche Elio concorderebbe ndr).

PO: Sempre a proposito di indie, moltissime nuove band prediligono una forma canzone scarna ed essenziale, sulla scia di progetti di successo come il vostro. Da che cosa nasce questa scelta? Sta emergendo una nuova “scena” destinata a durare, oppure è una moda temporanea, come il nu-metal di qualche anno fa?

G: the Styles non appartengono ad alcuna corrente, scuola o “scena”. Ci vestiamo normalmente e non abbiamo paura di sembrare normali. La musica che scrivo non è di moda. È di classe. E non nasce per scelta, ma per necessità. La nuova “scena”, invece, si esaurirà quando le scarpe giuste, il myspace figo e i djset alternative avranno stufato.

PO: Parliamo un po’ del vostro passato: da quanto tempo suonate insieme? All’inizio, è stato difficile diffondere la vostra musica?

G: Questa formazione esiste da un anno e mezzo, ma molta gente è entrata e uscita dal progetto the Styles, suppongo per il mio carattere di merda e per il mio vizio di gestire tutto da solo.
Intorno alla band si è solidificato un team di produzione del quale sono pienamente convinto, visti gli ottimi riscontri ottenuti fino ad oggi. Questo è stato decisivo.

PO: Prendiamo alcuni dei più grandi nomi del rock, da Bob Dylan ai Clash, dai Sex Pistols ai Pearl Jam: erano tutti progetti con un’identità politica definita, con un ben preciso messaggio sociale. Questa tendenza, oggi, sembra essere quasi del tutto scomparsa: c’è un motivo? E’ una pagina di storia ormai conclusa?

G: Se è scomparsa si vede che non vende più.

PO: Continuando a parlare di musica del passato, potete indicare qualche album dal quale siete stati particolarmente influenzati? Qual è la musica con la quale siete cresciuti?

G: Dicono tutti di ispirarsi ai Beatles, ma secondo me sono in pochissimi ad ascoltarli. Ogni volta che un cantante del cazzo dice di ispirarsi i Beatles, bisogna cominciare una loro canzone a caso, farlo continuare da un certo punto e se non è in grado, un calcio nelle palle.

PO: Dove saranno gli Styles tra dieci anni? Svelaci qualche progetto futuro: in che direzione vorreste portare la vostra musica?

G: Fuori dall’Italia. Anche.

0 commenti: