sabato 9 settembre 2006

Nue propriété

Autore: Lorenzo Riccò

Un film di: Joachim LaFosse.
Con: Isabelle Huppert, Jérémie Renier, Yannick Renier.
Genere: Drammatico, colore, 92 minuti.
Produzione: Belgio, Lussemburgo, Francia 2006.

Una madre e due fratelli gemelli vivono in una fattoria nella campagna francese, ma la madre vuole più libertà e sogna di trasferirsi con il suo nuovo compagno e aprire un piccolo hotel, vendendo la casa attuale. La famiglia si regge su un precario equilibrio, in mezzo ai litigi fra i due genitori separati, il padre che si è rifatto una famiglia, la competizione fra i due gemelli, il legame affettivo con la madre ecc.

Il giovane regista belga Joachim LaFosse realizza un sapiente spaccato familiare, mettendo sotto la lente i delicatissimi ruoli interni. Viene sottolineata la profonda unione che vi è fra i due gemelli, descrivendo in più sequenze i momenti di gioco che probabilmente facevano sin da piccoli, fino agli attuali 15 o 16 anni, ma anche gli scherzi verso la madre e il rapporto con il padre, principale fonte economica dei due. Nello svolgersi del film, prendono piede le diverse psicologie: la madre è stanca della sua attuale vita, vorrebbe andare via dalla campagna, ricominciare, sembra addirittura pentirsi del concepimento dei figli e a volte li trascura. Questo fatto rivela il carattere del gemello biondo (Jeremie Renier), si fa sempre più aggressivo e rivendica alla madre il suo ruolo di genitore. L' altro gemello invece è più moderato, molto dipendente dalla madre, scontrandosi così con il fratello e sottolineando tutte le asprezze, tutti i rancori nascosti, l' invidia/odio (se è possibile usare questo termine) che può nascere tra due personaggi così vicini, fino a canalizzarsi in un concepimento moderno/minimalista del mito di Caino e Abele, tralasciando però i discorsi sul bene e sul male, ma additando tutta la colpa alla famiglia stessa. Il regista motiva così il largo uso dell' inquadratura fissa: "Volevo che ogni personaggio fosse costretto ad allontanarsi dalla telecamera se voleva uscire", o ancora "Che la telecamera fosse come la casa che non i personaggi riuscivano ad abbandonare". E’ una tecnica sicuramente d’ autore ma che si presta molto bene alla storia e non risparmia emozioni al grande pubblico, visibilmente colpito in sala. Ci si trova così a parteggiare a volte per il figlio, sofferente per le voglie della madre, o a prendere le difese di quest’ ultima quando è attaccata aggressivamente, a immedesimarsi nel gemello moro che con il suo sguardo sofferente ma discreto, assume forse il ruolo di spettatore interno del film. Nella scena finale la telecamera si allontana indietreggiando lentamente dalla casa: lo studio sul microcosmo familiare è finito. E’ un cinema che strizza l’ occhio ai fratelli Dardenne, infatti Jeremie Renier era anche il protagonista de “L’ enfant”.

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