lunedì 4 luglio 2005

Che ne sarà di noi

Di Giovanni Veronesi, con Silvio Muccino e Violante Placido. Commedia, Italia 2004

Stavolta la prendo un po’ larga, ma ne vale la pena. L’articolo 4 della nostra carta costituzionale recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. E’ un concetto cristallino: chi si mette a zappare un campo, contribuisce al progresso materiale; chi invece fa un film, contribuisce al progresso spirituale. Il punto è che non tutti hanno le stesse inclinazioni e capacità: alcuni, come Federico Fellini, Bernardo Bertolucci o Stanley Kubrick, sembrano possedere un talento innato che li spinge a fare i film. Altri, privi di tali caratteristiche, farebbero forse meglio a dedicarsi all’attività agreste, altrettanto importante e nobile. Non voglio aggiungere altro: guardatevi questo Che ne sarà di noi e decidete, in piena libertà di coscienza, quale sia l’occupazione adatta per Silvio Muccino, il Jimi Hendrix della dizione, il giovane Holden dei Parioli. La trama: il nostro eroe, cannabinomane neodiplomato, è innamorato di una donna adulta e altera (Violante Placido) che non lo considera alla sua altezza e se ne va in vacanza a Santorini, abbandonandolo nella solatia estate dell’Urbe. Il vecchio Silvio, però, non si perde d’animo: parte a sua volta per l’amena isola greca, accompagnato da due ignari sodali (tanto per evitare gli stereotipi, uno è un secchione disadattato e l’altro è un analfabeta simpaticone). Tra baci mozzafiato, paesaggio mediterraneo, feste notturne e irresistibili gags, questi giovani troveranno il senso della vita
e cresceranno, scoprendo alfine che ne sarà di loro. Una volta, la “commedia all’italiana” raccontava vizi e virtù della gente comune, usando un tono molto semplice, popolare e divertente. Quei film non erano opere d’arte, ma semplici prodotti di ottimo artigianato, che facevano egregiamente il loro dovere. Rispetto a quel modello, Che ne sarà di noi segna un’involuzione abissale e sconfortante. Nell’Italia di oggi, il ventenne medio si spacca la testa con lavoretti interinali a tre mesi, andando spesso incontro a enormi frustrazioni. Questi personaggi, invece, NON lavorano, NON studiano, NON pensano al mondo intorno, NON si preoccupano di nulla, tranne che delle ragazzine e di farsi qualche cannetta. Se questo è l’orizzonte culturale di chi oggi fa cinema “all’italiana”, c’è di che rabbrividire. Oltre all’inverosimiglianza, alla pletora di sconfortanti scenette di copro-umorismo, alla fin troppo facile accusa di nepotismo che si potrebbe muovere a Muccino e alla Placido, c’è una cosa che lascia annichiliti: questo film ha fatto successo! La ragione di tutto ciò rimane oscura: forse la bassissima età media del pubblico, forse la bellezza di Santorini e di Violante Placido, forse la voglia di fuggire dalla realtà con una storia “leggera”. Certo, il responso del pubblico conta molto. Eppure, la visione di questo film equivale alla perdita netta di due ore della vostra vita, quella vera. Un consiglio: volete vedere come si fa una bella commedia che parla di giovani? Guardatevi Poveri ma belli, di Dino Risi, con i sublimi Maurizio Arena e Renato Salvatori. Anno 1956. Che cosa ci è successo, da allora?

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