venerdì 15 febbraio 2008

The Brian Jonestown Massacre: My Bloody Underground

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

Esce il 31 Marzo per la neonata etichetta A records My Bloody Underground, l’atteso nuovo album dei Brian Jonestown Massacre. Il disco rompe un silenzio di cinque anni, durante i quali la band si era fatta notare solo per l’ep We are the radio e, soprattutto, per il controverso documentario Dig.

Fin dal titolo della prima traccia, che in italiano suonerebbe più o meno “Portatemi la testa di Paul McCartney sulla gamba di legno di Heather Mills – Sganciando bombe sulla Casa Bianca”, i BJM confermano il loro amore per le polemiche e le soluzioni scomode, oltre che per i giochi di parole.

Scomodo: probabilmente non c’è un aggettivo migliore per descrivere un album del genere. Dalla cavalcata elettrica Golden Frost agli oltre dieci minuti della conclusiva Black hole symphony, questo disco ci sbatte in faccia una psichedelia satura, esoterica, decisamente complessa. My Bloody Underground sarà probabilmente una terribile delusione per quanti amavano la band spensierata, giocosa e vintage di Take it from the man. Stavolta Anton Newcombe cambia decisamente traiettoria: con la collaborazione di musicisti islandesi e di Mark Gardener (ex Ride), il vulcanico cantante-chitarrista ci accompagna in una cupa e dilatata galleria di allucinazioni, colonna sonora di un presente malato e violento. Sono pezzi insinuanti, decisamente lunghi, carichi di droni e di suggestioni spettrali, che piaceranno a quanti hanno amato lo shoegaze degli Spacemen 3, o, più recentemente, dei Singapore Sling.

Le novità non finiscono qui: il disco – che per mesi è stato disponibile gratuitamente in versione unmastered sul sito della band – è accompagnato da un video per ogni canzone. Le immagini, prodotte dallo stesso Newcombe e reperibili su youtube, non fanno che accentuare l’idea di un album difficile, enigmatico, scontroso come il suo autore. Tuttavia, date una possibilità a questo interminabile fiume di suoni e distorsioni: le composizioni, a parte alcune oggettive lungaggini, sono tutte indubbiamente interessanti, e necessitano solo di qualche ascolto per mostrare appieno il loro fascino. Definito da alcuni come “il Metal machine music dei BJM”, My Bloody Underground è un disco sicuramente spiazzante, forse deludente per i fans meno aperti al nuovo, ma è anche la dimostrazione di come sia ancora possibile fare musica in modo libero, senza obbedire ad alcuna regola di mercato. Sulla lunga distanza, potrebbe diventare un oggetto di culto. Per il momento, ve lo consigliamo.

Guarda alcuni dei video:




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