giovedì 6 settembre 2007

Sukiyaki Western Django

Autore: Federico Giammattei

Regia: Takashi Miike
Cast: Quentin Tarantino, Hideaki Ito, Kaori Momoi, Yoshino Rimura, Masanobu Ando, Koichi Sato, Yusuke Iseya
Anno: 2007
Durata:121’

Diverse centinaia di anni dopo la terribile battaglia di Dannoura (1185), in uno sperduto villaggio sui monti giapponesi, la tensione scorre alta: la gang vestita di bianco dei Genji (clan Minamoto), guidata da Yoshitsune, e quella vestita di rosso degli Heike (clan Taira), guidata da Kiyomori, si scontrano brutalmente alla ricerca di un presunto oro nascosto. Quando un vagabondo senza nome, oppresso da un passato oscuro e dotato di notevole destrezza con le armi, arriva nel villaggio, i Genji e gli Heike si domandano a quale dei due clan deciderà di unirsi. Lotte per il potere, tradimenti, lussuria e amore si intrecciano, lasciando la terra grondante sangue. La battaglia epocale fra Taira e Minamoto rinasce così nello stile selvaggio dello spaghetti western.

Un film dei nostri tempi questa nuova opera del controverso regista orientale, capaqce di riassumere tutta una poetica che in questi anni ha contrassegnato una generazione di registi, in primis Tarantino (formidabile interprete del film).
Da sempre un po’ messa in discussione, la riflessione sul posmodernismo perpetrata da questi autori, raggiunge la sua massima consapevolezza e onestà intellettuale con “Sukiayaki Western Django”. Con una maestria strabordante il film trae la propria linfa da una miriade di fonti: prima di tutto ripete per la terza volta la messa in scena della vicenda di “Per un pugno di dollari”, a sua volta ripreso da un opera di Kurosawa. Una volta fatto questo imposta l’intero film come una vera e propria fusione tra cappa e spada giapponese, western all’italiana, horror splatter e tragedia Shakespiriana.
Rispetto ad altre pellicole appartenenti a questo filone, la citazione non rimane una seplice vetrina di riferimenti, ma crea un universo autosufficente dove ciò che ha più importanza, resta la matura e disillusa riflessione sul linguaggio contemporaneo, che ora come mai è permeato dalla vena postmoderna. Con il suo riproporre, e avvolte distruggere la cultura del passato, questa terribile e affascinante condizione del linguaggio, si presenta come una sorta di dichiarazione appassionata e priva di ipocrisie da parte del regista; che invece di nascondere l’evidenza dei fatti crea una specie di manifesto ultimo del cinema postmoderno (forse più lucido del grande “Kill Bill”), e segna un punto di non ritorno per un cinema che non sa più come andare avanti, ma almeno lo ammette.
La presenza di bellissimi film a Venezia è purtroppo accompagnata da un’allarmismo generale; Haggis, De Palma e Branagh si muovono con maestria su di un territorio ancora nuovo (quello del digitale) “relegando” il cinema di finzione in una posizione di svantaggio segnata dallo smarrimento, mentre Tarantino e Miike aprono il sipario su quello che ormai è il limite apparentemente invalicabile che la settima arte non riesce ad oltrepassare.
Parafrasando le parole di Indiana Jones, “soltanto il regista penitente potrà passare”.

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