martedì 4 settembre 2007

Cous-Cous

Autore: Lorenzo Riccò

Regia: Abdellatif Kechiche Scenografia: Benoît Barouh Montaggio: Ghalia Lacroix Anno: 2007 Nazione: Francia Durata: 151' Genere: commedia, drammatico

Un grandangolo sulla vita

Il signor Slimane un im
migrato algerino, lavora da 35 anni ad un cantiere navale in Francia. E' il capofamiglia di due nuclei distinti, uno proveniente dalla sua ex moglie, cuoca eccezionale e madre di 4 figli ed uno composto dalla sua nuova compagna con la figlia. Tutte le mattine si reca al lavoro in cantiere, dove però c' è sempre meno lavoro. Lo spettatore seguendo Slimane nella sua vita tra le due famiglie ha la possibilità di assistere ad uno sfaccettato spaccato sociale fatto di pranzi pacificatori, speranze e problemi quotidiani di una grande famiglia allargata assunta a simbolo non solo degli immigrati in Francia ma di un' intera umanità.

ll regista tunisino Abdellatif Kechiche aveva già sorpreso con il suo precedente lavoro del 2003 "L' Esquive" (La Schivata), ma con "La graine et la mulet", in concorso quest'anno qui alla mostra del cinema, scatena 10 minuti di commossi applausi in Sala Grande, piazzandosi in testa alle preferenze di pubblico e critica. Ma qual è il segreto di questo insolito accordo? E' semplicemente la rara potenza di un grande film, così tangibile che non si può scappare.
Come afferma il regista, il film prende spunto dal neorealismo italiano anni '50, lo si può notare oltre all' uso di attori pressochè dilettanti, dall'importanza data al cibo: il pranzo domenicale come momento di riunione, dove in una sequanza di 20 minuti la macchina da presa si concentra sulle bocche piene di cibo, sui tovaglietti sporchi, sulle mani che afferrano il cous-cous.
Si potrebbe dividere il film in due parti: la prima è concentrata su una descrizione caratteriale dei personaggi, riprendendoli nel loro ambiente e nelle mansioni quotidiane, come l' educazione dei figli, il lavoro ecc. Nella seconda si sviluppa la spina dorsale della sceneggiatura, cioè la volontà di Slimane di aprire un ristorante su una grande nave da restaurare. Qui si incontrano tutte le difficoltà legate ad un'impresa del genere, i permessi da ottenere, i soldi da trovare, il velato razzismo degli impiegati verso il progetto di un immigrato. Come scrive il Mereghetti: "La macchina da presa di Kechiche sembra dotata della miracolosa capacità di raccontare la realtà." Infatti includere questo film solo nel genere sociale è restrittivo, quello che si sente come spettatori è una tensione palpabile, maggiore addirittura ai film sull'Iraq visti in questa rassegna, un pathos dato da piccoli momenti drammatici che si compongono insieme in un mosaico di grandi dimensioni, costruito con percorsi narrativi incrociati che si cristallizzano come per magia nel tempo narrativo di pochi giorni, raccontando la storia di un'intera famiglia.
Se le vicende di un uomo che cerca la propria realizzazione sarebbe stata raccontata con entusiasmo dal cinema americano e in maniera più pessimistica da un certo cinema europeo, qui il finale aperto a molteplici e interrotte soluzioni, richiama ancora una volta la realtà della vita. La chiave di volta ce la fornisce il regista: "Dietro il menù (del cous-cous) ci sono solitudini profonde cui a volte si tenta di rimediare con tutto ciò che fa spettacolo: cibo, musica danza del ventre."


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