domenica 6 maggio 2007

Led Zeppelin: C'erano una volta due rockstar

Autore: Pietro Ortolani, Vicedirettore esecutivo 4rum.it

"Pensa a com'era, e sarà di nuovo"

Led Zeppelin, ten years gone

Nel 1968, il grande critico musicale Lester Bangs recensì il primo album dei Led Zeppelin scrivendo le seguenti, fatidiche parole: “This record sounds like heavy metal”. E’ la nascita di un nuovo genere musicale, o meglio, dell’attitudine a mischiare riff di inaudita violenza a dolci, struggenti aperture melodiche: pensate a come grazia e furia si alternano in “Stairway to heaven”.

I Led Zeppelin non si limitarono a tradurre questa dichiarazione d’intenti in alcune tra le più grandi composizioni della storia del rock: essi rappresentarono, con la loro stessa figura, la bellezza del netto contrasto, dell’incontro tra estremi. Date un’occhiata ai due protagonisti della band, e capirete di che cosa sto parlando: da una parte abbiamo Robert Plant, voce angelica, riccioli d’oro e fascino prerafaelita; dall’altra parte troviamo Jimmy Page, coperto da un’inestricabile matassa di capelli neri, piegato sulla sua Gibson, perso nelle sue oscure cabale blues. I due, diversi e complementari, dettero vita ad una rivoluzionaria iconografia rock, alla quale tuttora le band “heavy” attingono a piene mani (consapevolmente o meno).

Dal punto di vista musicale, i Led Zeppelin non sarebbero potuti esistere senza il contributo di quella che, a modesto parere di chi scrive, fu una delle migliori sezioni ritmiche della Storia: John Paul Jones al basso e John “Bonzo” Bonham alla batteria. Tuttavia, la forza scenica e la sintesi estetica della band sta nel duo Plant – Page: questo incontro tra ghiaccio e fuoco fu in grado di generare una devastante esplosione, che idealmente chiuse l’idealismo degli anni Sessanta e aprì le porte al rock tenebroso e granitico dei Settanta. La musica non fu mai più la stessa.

Come fecero due ventenni inglesi a diventare leggende viventi? E’ una lunga storia, ma non vi annoierete: sulla nostra strada troveremo sesso, delirio, occultismo e chitarre elettriche. E un bel po’ di talento. Buon divertimento.

Jimmy Page: Me and the devil blues.

Se volete conoscere davvero un tizio, non c’è nulla di meglio che scambiare due chiacchiere con chi l’ha conosciuto in senso biblico. Pensate a “Ultimo tango a Parigi”. Marlon Brando chiede a Maria Schneider: “Perché hai frugato nelle mie tasche?”. La donna spiega: “Perché volevo sapere qualcosa di te”. Risposta: “Se vuoi sapere qualcosa di me, fruga nei miei slip”. Se ce lo dice Marlon, possiamo fidarci.

Da questo punto di vista, per conoscere Jimmy Page possiamo fare affidamento su un’ottima testimone: si tratta di Pamela Des Barres, con ogni probabilità la groupie più famosa di tutti i tempi (per intendersi, la tipa a cui sono ispirati i film “Almost famous” e “The banger sisters”). Nel suo imprescindibile “I’m with the band”, Miss Pamela descrive un Jimmy Page dotato di “poteri tetri e raggelanti”, profondamente immerso nella sua musica, capace di grandi slanci sentimentali così come di inspiegabili, repentine chiusure. Memorabile, in particolare, l’episodio della prima notte tra Jimmy e Pamela: pare che all’epoca il musicista non si separasse mai da una valigia piena di fruste, manette e altri giocattoli, con i quali “ravvivare” i momenti morti del tour.

Non ci dilungheremo, qui, in aneddoti di boccaccesca memoria (se il gossip vi attira e volete approfondire, vi consiglio “Il martello degli dei”). Tuttavia, le descrizioni di Pamela Des Barres ci portano dritti alla domanda fondamentale: come può un tranquillo, timido ventenne inglese trasformarsi in una totemica entità rock? Come può un placido sessionman squarciare il velo dell’anonimato, diventare un controverso idolo musicale e infatuarsi di personaggi ambigui, come l’occultista Aleister Crowley (sul quale purtroppo non possiamo soffermarci: vi basti sapere che nel 1920 fu bandito dall’Italia dopo aver fondato una sorta di comune esoterica in quel di Cefalù)?

Il giovane Page era un personaggio assai sobrio, ben diverso da quella decadente rockstar che, sempre secondo Pamela Des Barres, “aveva sempre bisogno di due tirapiedi che lo sostenessero e impiegava più di venti minuti per attraversare una stanza, continuando a cadere”. Page, insomma, non è affatto un personaggio nato all’insegna di “sex drugs and rock’n’roll”: a parte gli eccessi di certi periodi, lasciati definitivamente dietro le spalle, la sua passione è sempre e solo stata la musica. E ovviamente, la musica che più di ogni altra ha segnato la crescita artistica di Page e contribuito a plasmare il suo superbo stile è il blues.

Page cresce ascoltando le storiche registrazioni di Albert King, Howlin’ Wolf e Willie Dixon, sulle orme dei quali il musicista va affinando e personalizzando la propria tecnica. Gli anni ’60 lo vedono impegnato in un serratissimo lavoro di turnista, la cui minuta ricostruzione è pressoché impossibile: tra le collaborazioni più famose, ricordiamo quelle con Kinks, Them, Who e persino un giovanissimo David Bowie.

Tuttavia, il primo gruppo davvero importante per la storia di Jimmy sono gli Yardbirds, nei quali Page entra nel 1966, inizialmente in veste di bassista e poi come chitarrista, al fianco di sua maestà Jeff Beck. Sarà proprio dalle ceneri degli Yardbirds che nel 1968 nascono i Led Zeppelin.

Con i Led Zeppelin inizia la leggenda: Page porta la sua ricerca musicale su un terreno nuovo, ardito, fatto di laceranti distorsioni, sperimentalismi compositivi ed un tocco inconfondibile, mai fine a se stesso. E’ questo il momento in cui Page unisce la novità del “metallo pesante” alla grande tradizione americana: nel primo disco targato Led Zeppelin trovano spazio, accanto alle composizioni inedite, originalissime interpretazioni di standards quali “The hunter” o “I can’t quit you baby”. La prima incarnazione degli Zeppelin, insomma, sembra volerci dire che non si può costruire nulla di nuovo, se non si parte da solide radici. Fate un paragone con le band emergenti del 2007, e sarete d’accordo con me: erano altri tempi.

La storia di Page e degli Zeppelin andrà avanti per un decennio: il chitarrista perfezionerà, oltre al suo fingerpicking, anche la sua immagine di capellone tenebroso, alla quale molto deve, tra gli altri, Saul Hudson in arte Slash. In quegli anni, Page dimostrerà che un grande artista non si adagia sugli allori e non ripete mai se stesso: è questo il segreto della musica degli Zeppelin, che resiste allo scorrere del tempo in modo ottimo. E’ questa, forse, la vera, grande eredità di Page: hats off.

Robert Plant: un fauno prestato al rock.

Un giorno provai a contare quante volte Robert Plant pronuncia la parola “baby” nel primo album dei Led Zeppelin: ero arrivato ad oltre ottanta quando suonò il telefono. Non ho mai ripetuto l’esperimento. Questa storiella dovrebbe servire a mettere le cose in chiaro: Plant è il lato dolce degli Zeppelin.

Bellissimo, placido, romantico, graziosamente bucolico, gioiosamente dionisiaco: il vocalist degli Zeppelin è – o almeno, era nel 1970 – un innocente fauno prestato all’hard blues. Il cantante dichiarò al giornalista di Rolling Stone Cameron Crowe (proprio il futuro regista del già citato film “Almost famous”): “La prima volta che partii in tour, non avevo mai baciato una ragazza”. Queste qualità, combinate con un’estensione vocale fuori dal comune e con una felicissima capacità di modulazione, rappresentano un perfetto, luminoso contraltare alla “metà oscura” impersonata da Page.

Robert Anthony Plant nasce il 20 agosto 1948 a Birmingham e sviluppa, fin da giovanissimo, un’approfondita conoscenza dell’universo blues e del rock’n’roll delle origini. Appena diciottenne lascia gli studi e si dedica a tempo pieno alla musica, dapprima con varie effimere formazioni, poi con i Listen, poi ancora come solista. La prima esperienza importante è quella con la Band of Joy, che Plant forma nel 1968 con il coetaneo batterista John Henry Bonham. I due vengono notati da Jimmy Page ed entrano nella formazione dei New Yardbirds, che nel giro di pochissime settimane cambieranno il loro nome in Led Zeppelin.

E’ in questo periodo che, presumiamo, il buon Plant bacia per la prima volta una donna. Ma soprattutto, scherzi a parte, è in questo periodo che Robert “sboccia”, fino ad affermarsi come interprete di straordinarie doti. Se volete avere un’idea della grandiosità di questo primo Plant, vi consiglio il doppio dvd uscito nel 2003, che fotografa la creatività, la confidenza ed il divertimento di un’esibizione del dirigibile datata gennaio 1970, presso la Royal Albert Hall (a quel punto, anche le donne baciate si erano ormai moltiplicate esponenzialmente).

Robert Plant si afferma, oltre che come cantante, come paroliere dei Led Zeppelin. Su questo punto, la stampa non è mai stata particolarmente tenera: i testi della band sono spesso stati etichettati come kitsch, ridondanti, a volte persino ridicoli. Chi scrive non è affatto d’accordo con simili punti di vista. Fermo restando che una band come gli Zeppelin si basa sulla forza della musica, più che sulla profondità delle lyrics, i testi di Plant sono degni delle migliori lodi. Anzitutto, Plant recupera e rivitalizza la vena poetica di grandi bluesman come Robert Johnson: la valorizzazione di tradizioni oggi osannate, ma che all’epoca vivevano un triste oblio, è sintomo di una cultura – non solo musicale – che merita il massimo rispetto. Inoltre, è merito di Plant aver inserito nell’universo zeppeliniano una variopinta galleria di elementi bucolici, fantastici, vagamente mitologici, che arricchiscono di fascino nordico e di riverberi folk le creazioni del quartetto. In Led Zeppelin III, in particolare, Plant dà libero sfogo al suo lirismo arcadico, arrivando, con “Immigrant song”, a scrivere quello che viene considerato il primo testo “epic” della Storia. D’accordo, alcuni testi degli Zeppelin non brilleranno di luce propria, ma ciò non toglie nulla alla grandezza di un autore che ha saputo arricchire l’hard rock di magnifiche suggestioni visive e letterarie.

Dicevamo: Robert Plant è uomo di grande cultura. Ne è testimonianza la sua capacità di tenersi fuori dagli eccessi, preservando al meglio le sue doti vocali, che tuttora risultano impressionanti (chi recentemente l’ha sentito nell’ambito di “Pistoia blues” lo potrà confermare). Ne è testimonianza, inoltre, la sua scelta di evitare le stramberie di certi altri “grandi vecchi” del rock (Ozzy in testa): Plant, dopo la triste fine degli Zeppelin, ha continuato la sua ricerca artistica, aprendosi a musiche provenienti dalle varie parti del mondo. E’merito suo se gli ottimi nordafricani Tinariwen sono diventati star di caratura internazionale. Prendiamolo ad esempio: una grande rockstar, ma anche un signore d’altri tempi.

Foto: Ella Mullins, Sharonk2006, flickr.

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